Cuneo. Scrittorincittà/5: Salvatore Settis spiega il “bene comune”

1467196_306765016132632_1010304621_nIl bene comune: un ‘idea che viene da lontano e che ha innervato il nostro modo di essere cittadini. Perfino tra le leggi degli stati italiani preunitari si rileva chiaramente un’idea di condivisione di un patrimonio pubblico. Quando ancora eravamo sudditi, cioè,  vivevamo in società in cui già esisteva l’idea di un patrimonio pubblico.Oggi invece, infarcito di retorica vuota, il valore della “pubblica utilità” pare svuotato e sottoposto a interessi parziali, settari che si riflettono nella vita sociale e, in primis, nello sfacelo del  paesaggio.
Da questa premessa ha avviato il proprio ragionamento Salvatore Settis, storico, archeologo, studioso dagli interessi vastissimi che a Cuneo ha dedicato al tema un’intensa conferenza-lezione. Che provo, molto arbitrariamente, a sintetizzare

Il tramonto dell’idea del bene comune si constata nello sfacelo del paesaggio. Potremmo dire che abbiamo ciò che ci meritiamo: come gli anziani hanno il volto che si sono meritati per la vita che hanno condotto così il nostro paesaggio ha il volto della deturpaziome che gli abbiamo perpetrato

Bisogna invece coltivare una visione lungimirante di futuro. Chiedersi quali saranno le ripercussioni sulle generazioni future di ogni gesto che compiamo nel contesto in cui viviamo. Dalla costruzione di una casa fino alla tutela di una spiaggia.

E’ necessario ribadire, come fa chiaramente la nostra costituzione che gli interessi comuni prevalgono su quelli del singolo, il che non è solo norma ma  prima di tutto etica, valore diffuso che permea la consapevolezza di tutti i popoli già prima che esistesse la democrazia

Carlo Cattaneo nel 1853, riferendosi al bene comune, a un patrimonio di tutti, sintetizzava con queste parole: “non si tratta di privilegio né di abuso, ma di un altro modo di possedere”

Le terre di uso civico, boschi, campi ecc..  destinati alla pubblica utilità nel 1947 coprivano un territorio di 3 milioni di ettari (pari a Liguria e Piemonte), oggi si sono ridotte a 1 milione che equivale pur sempre alla superficie dell’intero Abruzzo

Occorre ristabilire nesso tra bene comune e cittadinanza, stimolando iniziative “politiche” dei cittadini. Ma non c’è bisogno di scrivere carte o mozioni particolari: basta rifarsi alla costituzione che ripete più volte i concetti di interesse della collettività e intresse generale.

Il bene comune è la luce che illumina la nostra costituzione fondata sul lavoro come valore che garantisce la felicità di ogni singolo cittadino.

Le proprietà pubbliche delle quali oggi ci si vorrebbe disfare (spiagge, palazzi, musei ecc.) non sono un peso ma il portafoglio proprietrio che garantisce i nostri diritti, perché al popolo spetta il “dominio eminente” sulle proprietà finalizzate al bene comune

I beni artistici, storici e culturali sono di pertinenza pubblica, già il diritto romano stabiliva che se qualcuno edificava un palazzo che diveniva di sua proprietà non poteva però successivamente abbatterlo o mutarne la facciata senza chiedere il permesso pubblico.

Tutto questo ragionamento si può riassumere in un’argomentazione che oggi sembra paradossale, cioè che l’attività privata deve essere coordinata con l’utilità pubblica: in teoria se un’azienda che produce beni di pubblica utilità dovesse fallire, lo Stato avrebbe il diritto di rilevarla e destinarne la proprietà agli operai che ci lavorano. Sembra utopia oggi, ma è scritto nella costituzione. 

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