La pizza a taglio

pizzeriadi Paolo Marcacci

A Roma non si contano le pizzerie al taglio – si chiamano così -, quelle che sfornano continuamente teglie fumanti dai gusti e dagli assortimenti sempre più vari e, a volte, azzardati come la soppressata piccante accanto alle alici.

Ogni strada ne conta due o tre, qualcuna col nome di rosticceria, altre con nomi che accoppiano il termine pizza a vocaboli stranieri, forse perché fa più “fico” oppure perché le definizioni tradizionali le avevano già prese tutte altri esercenti.

Sono tappe pomeridiane, di mezza mattinata o da fine giornata, quando c’è poco tempo e ancora meno voglia di pensare alla cena. Contenitore di cartone rigido, pezzi misti sistemati tra fogli di carta oleata, mozzarella filante che comincia a rapprendersi.

Soprattutto d’inverno, quando il vento o la pioggia sono di per sé un’occasione per il rifugio, la sola entrata è fonte di piacere, col caldo del forno elettrico che fa salire il profumo del lievito e di qualche spezia, origano su tutte.

Mi trovavo dalle parti del mare, quel pomeriggio, a una trentina di chilometri da Roma, verso nord. Forse, qualcuno in più: non so perché ma l’Aurelia mi suggerisce sempre distanze sfumate. Sembra che da quelle parti le pizzerie al taglio siano anche più numerose che in città; i soliti bene informati giurano anche che la pizza sia molto più buona, come fosse una legge universale valida per tutti i pizzaioli da Fregene a Civitavecchia.

Saranno state le sei di un pomeriggio di maestrale, con il mare che in lontananza  sembrava birra versata da un incapace in un boccale e le ossa che parevano frantumarsi per i brividi.

Stabilii che ci volessero dei supplì, caldi saporiti come solo i supplì delle pizzerie al taglio- scusa mamma -o sanno essere; lì dove entrai li facevano e penso li facciano ancora davvero bene.

Ero preparato alla fila; era una condizione perenne in quella pizzeria.

Lei era poco più avanti, ci separavano un pensionato e un professionista in completo grigio, uno che fino a quell’ora non doveva aver avuto il tempo di pranzare.

Non si poteva non notarla, con quel giaccone lungo color madreperla e quella testa di tigre disegnata tra le spalline e la cintura. Una specie di turbante in testa, stivali morbidi in tono. Richiamava l’attenzione, non certo per la bellezza.

Non certo per la bellezza…Questa è una delle più grosse scemenze che abbia mai scritto, me ne accorgo che non ho ancora staccato le dita dalla tastiera. Sul momento, però, la riflessione sarebbe stata giusta.

Si girò di profilo ed ebbi la sensazione di averla già vista; anzi, non proprio: che avesse qualcosa di familiare.

Il naso, gli angoli della bocca, il taglio leggermente felino degli occhi. Non ci pensai che per qualche istante, in fondo è pieno di sconosciuti che, per una qualche vaga somiglianza, ci richiamano alla mente qualcuno in particolare o chissà chi.

Però…Non seppi spiegarmelo, ma era come se mancasse una parte: cosa c’era stato in mezzo, tra quel viso un po’ sbattuto, come segnato da una serie di cose  non piacevoli, e quell’ovale così bello e proporzionato, quelle sopracciglia naturalmente lunghe e ondulate?

Chiese alcuni pezzi di margherita e se li fece mettere in una scatola che il ragazzo sfilò dalla catasta di quelle più piccole. Cos’era quell’assurda malinconia che mi stava prendendo per via di una sconosciuta vestita in maniera un po’ eccentrica?

Sconosciuta…Un’altra scemenza…

Il fatto è che ebbi subito la sensazione, da come parlò al ragazzo, che la signora fosse una cliente abituale e che la misura del contenitore di cartone fosse sempre quella: cene solitarie, con un po’ di pizza da riscaldare, magari davanti a un film. Forse, anzi certamente aveva dei gatti, ebbi modo di pensare.

Uscì, come guardandosi attorno in cerca di…Cosa?

Ormai toccava a me, l’impressione della sconosciuta era già annegata nell’acquolina per i supplì…Uscii col pacchetto bollente e pieno di tovagliolini in mano. Sotto una delle grandi palme in piazza, ferma come se non sapesse dove andare, la sconosciuta, col cartoncino della pizza in mano. Dovette sentirsi osservata, perché si voltò, ricambiando il mio sguardo.

Come avevo fatto a non riconoscerla? Quante volte l’avevo vista, nuda o seminuda, nelle braccia di questo o quell’attore? Quante serate, alla fine della scuola, trascorse nell’attesa che i miei andassero a dormire, per poi accendere il televisore e cercare un a sua pellicola, soprattutto quelle in cui si faceva sedurre da un adolescente come ero io all’epoca?

Mi chiesi, d’istinto, se sotto quel pastrano così kitsch, che non faceva intuire alcuna forma, il corpo conservasse qualcosa di quei seni generosi ma non eccessivi e di quelle gambe levigate e tornite di cui tante volte mi ero trovato a discorrere, stilando persino graduatorie in cui facevo in modo di collocarla sempre al primo posto.

Fu come se mi offrisse un primo piano, quando si girò per incontrare il mio sguardo, anche se in realtà  si trovava almeno a una decina di metri. Una scena sulla quale avrò fantasticato migliaia di volte; adesso si stava verificando, solo che eravamo in una piazza fredda e gelida del litorale romano, lei aveva preso della pizza al taglio da consumare in solitudine, aveva il viso rovinato ed era vestita come una che non si cura più di cosa si mette addosso.

Mi ricordai, come il boccone amaro che ti rovina la bocca all’improvviso, di aver letto una brutta storia che la riguardava, una storia di chirurgia estetica e raggiri, di bisturi sbagliati e solitudine. La stessa che mi aveva contagiato, forse perché quando queste cose succedono a chi hai sempre ammirato, l’immagine che ne avevi va in pezzi, assieme a una parte di te che non ti appartiene più.

I supplì non erano neanche più tiepidi, ormai.

Mentre la guardavo allontanarsi, riuscii soltanto a chiedermi se riusciva a rivedersi in un suo film, quando le televisioni lo passavano.

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