Momo di Michael Ende ha 40 anni: la storia

momo“Questo libro è un omaggio a Roma e ai suoi meravigliosi abitanti”, “una testimonianza di amore”. Anche se i primi schizzi sono precedenti al trasferimento di Michael Ende nella villa di Genzano nei pressi di Roma, che data al 1971, è perfettamente vero che Momo non poteva che essere il frutto maturo del tempo trascorso da Ende a ridosso della capitale, da sempre meta del grand tour di tanti viaggiatori, letterati e musicisti di area germanica.

Romanzo fiaba fortemente allegorico ma limpido e nitido come un olio del Pinelli, Momo, pubblicato esattamente 40 anni fa, nel 1973, costituisce il contrappeso narrativo perfetto per la cosmogonia titanica ed esistenziale della Storia Infinita. Ai paesaggi grandiosi, ai contrasti scenografici tra contesti ciclopici e figure minute e capricciose, subentra ora la bonomia idealizzata di una borgata similromana dove la quiete e i costumi un po’ macchiettistici dei suoi abitanti sono messi a repentaglio da una gelida e disumana cospirazione. Se per Atreju e Bastiano l’alternativa era tra l’essere e il nulla per Momo e i suoi amici la posta in gioco è sempre metafisica eppure molto più prossimo e sperimentabile: il tempo delle proprie vite e la vita da usare nel tempo.

 

Tutto era cominciato con un regalo piuttosto bislacco, un orologio da tasca privo di lancette, recapitato all’autore. Pur nella sua totale inutilità, il dono agisce in Ende “come quei filamenti attorno ai quali si rapprende lo zucchero filato”: l’idea del tempo come bene a rischio catalizzò i diversi tentativi letterari  compiuti in quei primi anni Settanta e puntualmente accantonati, tra di essi il progetto di un originale televisivo commissionatogli della West Deutscher Rundfunk.

Al centro della storia c’è una bambina, Momo, che emerge come dal nulla tra le rovine di un anfiteatro ai margini di una grande città. Di se stessa sa dire poco o nulla, scommette sulla sua età a partire da una cifra che va dal centinaio d’anni in su, e racconta genericamente di essere scappata da un orfanotrofio. Gli abitanti del sobborgo, ritratti da Ende in una consuetudine di vita piuttosto di maniera e idillicamente ma volutamente irreale, se ne innamorano subito, anche per la sua straordinaria capacità di ascoltare, di risolvere i loro problemi e di comporre i litigi. Senza parlare o esprimere pareri Momo aiuta gli altri a far chiarezza nei propri pensieri e spesso offre ai bambini meravigliosi spunti per inventare sensazionali storie da costruire senza troppi giocattoli o gadget, esaltandone la naturale disposizione fantastica. Così può accadere che l’anfiteatro si trasformi in una nave e un improvviso acquazzone la tempesta da sedare per salvare un rarissimo esemplare di mostro marino.

Ma la quiete del sobborgo viene poco a poco minata dalla comparsa di un gruppo di agenti della sedicente banca del tempo; impeccabilmente vestiti di grigio, con un sigaro perennemente acceso in bocca, propongono agli abitanti di risparmiare tempo, evitando occupazioni futili e non remunerative per  versarlo successivamente nelle loro casse: la promessa è di farglielo ritrovare con gli interessi al compimento del sessantaduesimo anno di età.

L’opera dei Signori grigi modifica radicalmente le consuetudini della zona: l’imperativo è realizzare il massimo profitto con il minimo dispendio di tempo: gli uomini, ossessionati dall’idea trascurano tutto quanto appare superfluo e vivono in un vortice di occupazioni rapide ed obbligate. Nessuno si accorge della manifestazione che i bambini hanno organizzato per opporsi al dominio della fretta e nessuno ovviamente ha più tempo per andare da Momo, che, dal canto suo pare come esente dal contagio. Il tempo sembra quasi scorrere attraverso la bambina, che non sente il bisogno di possederlo, spendendolo anzi in continuazione nella sua totale apertura e dedizione agli altri. I grigi, che colgono subito questa anomalìa cercano di ingraziarsela con i loro regali ultrasofisticati, ma si rendono conto che con la bambina le loro tattiche non funzionano. Anzi, chi parla con lei finisce per rivelare il vero obiettivo della cospirazione: impadronirsi di tutto il tempo degli uomini.

Nel frattempo Momo riceve la visita notturna di una misteriosa tartaruga, Cassiopea, in grado di comunicare attraverso le lettere luminose che compaiono sulla sua corazza.  La missione di Cassiopea è condurla alla dimora di Mastro Hora, l’Amministratore del tempo. Nonostante l’inseguimento dei Grigi la tartaruga procede verso l’obiettivo tra casermoni fatiscenti che trascolorano in labirinti algidi e opalescenti in una incantata sospensione temporale che Ende rende con una prosa di incredibile fluidità, inventiva e rigore. Tra balconi di cristallo e torrette madreperlacee, Momo trova in fondo ad un vicoletto dove il tempo cammina a ritroso e bisogna procedere al contrario, la casa di nessun Luogo e il suo anziano abitante.

Il dialogo tra Mastro Hora e Momo, punto nodale del romanzo, è l’abituale compendio endiano di metafisica ed enigmi paradossali. Ma in questa casa che pullula di orologi e pendole d’ogni tipo Momo compie anche l’esperienza archetipica di scendere nel proprio cuore ed osservare in una vasca oscura dove si materializzano fiori a cadenza regolare, il luogo d’origine del suo tempo, che è poi, come le spiega Hora, il suo cuore.

Nel sobborgo, frattanto, gli Uomini Grigi hanno fatto terra bruciata attorno a Momo: il collerico ma bonario oste ora gestisce un fast-food, il barbiere non ha più tempo per le opere di volontariato, lo squattrinato cicerone dell’anfiteatro è assurto al rango di una vera popstar, il fedele Beppo Spazzino viene internato in un manicomio, i bambini finiscono in istituti dove perfino i momenti di gioco sono organizzate secondo un sistema di schede perforate. Il senso dell’operazione è ricattare Momo e costringerla a rivelare la strada che conduce alla casa di nessun Luogo. Ancora una volta però l’inseguimento dei Grigi si rivela infruttuoso: giunti al Vicolo del Mai, dove il tempo viene aspirato non possono procedere oltre e si limitano ad assediare Momo e Hora inquinando con il fumo dei loro sigari il tempo destinato agli uomini che propri oda quella casa fluisce in direzione opposta.

Per rompere l’assedio Mastro Hora opta per una decisione inaudita, addormentarsi per la prima volta nella storia umana e concedere a Momo un’Orafiore – che raccoglie sessanta minuti in forma di bocciolo – mentre tutto il resto del mondo si ferma come congelato nell’immobilità atemporale. L’ora successiva vede sparire ad uno ad uno i Signori grigi in una disperata corsa verso le riserve di tempo ed il passaggio conclusivo in cui Momo aprendo la cassaforte della banca libera tutte le Orafiori rinchiuse in una tempesta di petali che tornano scongelati ad essere tempo per gli uomini.

il grande John Huston nei panni di Mastro Hora nel film di Johannes Schaaf, 1986

il garnde John Huston nei panni di Mastro Hora nel film di Johannes Schaaf, 1986

Come e forse ancora più che nella Storia Infinita, il protagonista della storia non è solo il personaggio ma la visione del mondo che porta iscritta nel suo essere e nelle sue azioni. Pur non essendo una fiaba totalmente a tesi, Momo si inquadra bene nel filone dell’apologo, di un racconto che dà vita ad un concetto, sostanzialmente credibile e godibile da un punto di vista narrativo: in questo caso la dimensione spirituale del tempo, inteso come bene deperibile e che nonostante la sua inafferrabilità va protetto e difeso come entità concreta e diritto supremo della persona, ma che soprattutto va vissuto come se non ci appartenesse.La storia di Momo, con i suoi trent’anni ha una grande valenza profetica: nell’Italia degli anni ’70 in cui si cala Ende le urgenze metafisiche non occupavano le prime pagine dei quotidiani, né si avvertiva ancora il progressivo deteriorarsi della vita sotto la spinta delle innovazioni tecnologiche e della velocità, c’erano molte più P38 che fast-food. E soprattutto non si era abituati ad una fiaba che dal suo angolino molto in ombra nel salotto della letteratura prendesse direttamente di petto i temi “alti” e per di più con un linguaggio ed immagini che oggi definiamo trasversali rispetto ai destinatari. Sequenze facili, alternate a enigmi tra metafisica agostiniana e zen, architetture in bilico tra l’edilizia alveare del tempo e i cristalli swaroski, quadri di ordinaria alienazione moderna evocati da metafore fulminee, espresse sempre con un sorriso bonario sulle labbra.

Tutto l’impianto di Momo risulta felice proprio per la compresenza di concetti, registri e trattamenti stilistici divergenti e spesso in reciproco contrasto. Ende si lascia andare, è vero, ad un bozzettismo piuttosto di maniera nei suoi sognanti e bonari “borgatari”, ma ecco che subito dopo ci rendiamo conto che il quadretto oleografico è funzionale al contrasto straniante con una battaglia metafisica e fatale che passa serpeggiando attraverso quella strampalata umanità.

Approfondire tratti e psicologie dei personaggi avrebbe certamente sfumato quelle caratteristiche di esemplarità che, come in un dramma medioevale proiettano la storia nella dimensione della parabola,  perché il vero soggetto sotto analisi serrata è il tempo, che vive in queste pagine una vita di allusioni, metafore, analisi ed evocazioni degne dell’eroe di un classico romanzo di formazione per una storia dove domande profonde e forse irrisolte del genere umano spaziano in una levità e in un incanto musicale come raramente accade nella letteratura “alta”.

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3 pensieri su “Momo di Michael Ende ha 40 anni: la storia

  1. Splendido caro Saverio! Momo lo scoprii per caso solo una decina d’anni fa grazie ad un “libraio illuminato”, da allora l’ho letto molte volte e altrettante ragalato a persone speciali. L’ho sempre trovato più profondo e maturo della più rinomata e citata Storia infinita, forse anche più intimo. Non ti nascondo che è una panacea rifugiarsi tra le sue pagine per una, ahimè milanese, sempre imbrigliata nella frenesia del quotidiano che piano piano, subdolamente, riempie i polmoni del fumo dei grigi e rallenta lo sbocciare delle orafiore, soffocandole. Grazie davvero di averlo ricordato; da chi cerca di non lasciar sfiorire mai il bambino che ha in sè…

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