l’autunno di John Keats

15067611-vista-del-torrente-con-alberi-e-colori-dell-39-autunnoNel settembre 1819, John Keats scrisse l’Ode all’Autunno; il giovane poeta (aveva 24 anni) sapeva che la vita poteva giungere al termine in breve tempo perché la sua salute era minata dalla tubercolosi. Di fatto, sarebbe morto pochi mesi dopo, nel febbraio 1821 a Roma. L’autunno, quindi, non era solo la stagione che osservava intorno a sé quel settembre, era anche la stagione interiore che stava attraversando. Eppure non è il declino ciò che Keats coglie dell’autunno, ma il tripudio di frutti e di colori:

“Dove sono i canti di Primavera? Sì, dove sono essi? Non pensarci, tu pure hai la tua musica…”

“Stagione delle nebbie e di fertile fioritura,

amica fedele del sole che matura,

che con lui cospiri per benedire

e colmare di frutti

i tralci di vite che allacciano ai tetti di paglia,

per curvare con il peso delle mele

gli alberi intorno al casolare,

e colmare di pienezza fino al cuore ogni frutto,

ingrassare la zucca,

gonfiare i gusci di nocciola con un dolce seme,

e far fiorire,

ancora far fiorire, fiori tardivi per le api,

illudendole che mai cesseranno di giorni di caldo,

perché l’estate fino all’orlo ha colmato

le loro appiccicose celle.”

Keats ha fatto della bellezza la sua poetica, e ciò gli permette di accettare la stagione che il più delle volte artisti e cantori hanno considerato metafora di ciò che-non-è-più (estate, giovinezza) invece che di ciò che-è-compiuto, pieno. Cogliere la bellezza, entrare in sintonia con essa, significa cogliere una visione dell’eternità, la manifestazione del divino. E’ lo stesso tema di altre celebri poesie di Keats, come l’Ode all’usignolo, e l’Ode all’Urna Greca in cui questa funzione non viene svolta soltanto dallo spettacolo della natura ma anche da un’opera dell’uomo.

(a cura di Cecilia Barella per la Compagnia del Libro)

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