Il testamento di Nonna Memma

Teschiodi Marco Maresca

Nel suo studio Martino teneva un teschio umano. Lo aveva poggiato, ai tempi dell’università, al centro di una delle pareti attrezzate a libreria. Il centro della cultura, diceva, e della sua vita. Il gusto del macabro, o il pessimismo cosmico, dicevano gli altri. Da lì non lo aveva più rimosso.

La madre di sua madre, nonna Memma, nell’unico vano della sua casa in cima al paese, proprio sopra il caminetto teneva la foto dei suoi nipoti. Di tutti i nipoti, in un divertente scatto preso in uno dei tanti ferragosto trascorsi insieme. Non lo diceva, ma era il suo punto fermo, la sola certezza che il mondo potesse continuare a esistere dopo di lei.

Martino passava molto tempo nel suo studio. Scriveva storie per sé e per gli altri. E il teschio era la sua principale fonte di ispirazione. Se la morte è il destino che ci attende, diceva, come posso non partire da questo? Come non tenerne presente a ogni verso, ogni parola, ogni pensiero?

Nonna Memma era una contadina, figlia e nipote di contadini. Il paese era il suo unico orizzonte, la vita e la morte degli uomini gli unici eventi da ricordare. Nessun mistero, sembrava che dicesse, in quello che succede. Solo un ciclo continuo di vite che arrancano in un palcoscenico fatto di campi e animali da custodire.

Martino diceva di non credere in Dio. Diceva di credere nella morte, però, perché l’aveva vista accadere negli altri, e di credere nella vita, perché era stato obbligato a riceverla da altri. C’era ben poco di suo in quello in cui credeva, nessun punto di contatto, e questo provava a dirlo nelle storie che scriveva. Cercando, forse, una via d’uscita, dicevano gli altri.

Nonna Memma credeva in quello che gli avevano insegnato a credere. Nessun dubbio, diceva Martino, nessuna falsa speranza. Tutto aveva un senso, un ordine preciso da cui non si poteva uscire. La sua fede era fatta di parole tanto incomprensibili quanto indiscutibili e vere.

Ogni cosa aveva subito un naturale mutamento, dicevano tutti. Il passaggio dalla campagna alla città aveva cambiato le cose. Il progresso aveva cambiato la vita e la morte, rendendole entrambe più complicate. Per non parlare della conoscenza, figlia tanto dell’istruzione che di una nuova curiosità. Esistevano ancora punti in comune tra il mondo di Martino e quello sua nonna?

Poco prima di morire Nonna Memma disse a Martino qualcosa di nuovo. In una piccola stanza d’ospedale, tra tubi e odori di corpi malati, avvenne un contatto inaspettato. La donna, che non pareva avesse coscienza della sua morte imminente né alcuno si era preso l’onere di spiegarle come stavano le cose, parlò a Martino in modo inaspettato. Gli disse di avere paura, perché non sapeva come sarebbe stato dopo. Aveva anche paura che dopo non ci fosse niente. Possibile, si chiedeva con una voce appena tratteggiata, che i grandi scienziati di oggi, che hanno scoperto tutto, che sono andati sulla Luna, che hanno inventato il telefono e la televisione, che hanno costruito i grattacieli, che hanno creato pure quella diavoleria che sono i computer, possibile, diceva con una voce quasi trasparente, che non sono ancora riusciti a capire che cosa succede dopo che moriamo?

Il contatto era stato stabilito. Neppure nonna Memma, con le sue certezze innate, aveva dimostrato di possedere tutte le certezze. Come Martino, che da sempre teneva nascosti i suoi dubbi tra le pagine dei suoi racconti. Come in ogni passaggio da una generazione a un’altra, laddove, pure se tutto sembra cambiare, si può sempre intravedere quel discreto passaggio di consegne esistenziali che, a dispetto del tempo e dello spazio, dimostra continuamente la verità dell’esistenza umana.

Quelle furono le ultime parole di nonna Memma, il suo testamento. Martino le volle tenere per sé, per accudirle, come faceva con le sue storie, nel migliore dei modi.

 

 

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