I Pokemon compiono 18 anni

pokemonOramai sono maggiorenni. Sbarcarono 18 anni fa nel nostro paese dopo aver mietuto trionfi Oltremanica per ripetersi anche da noi in grande stile. Parliamo dei Pokemon, i tascabili (Poket-monsters) mostricciattoli che combattono l’uno contro l’altro per la gloria del proprio padrone che li custodisce gelosamente e amorevolmente in una sfera biancorossa.

All’inizio fu un gioco elettronico su game boy, poi la consacrazione col cartone quotidiano su Italia Uno cui subito seguì puntuale l’esplosione di gadget, pupazzetti, magliette, poster, carte collezionabili, figurine, tovagliette per far colazione, e via dicendo.

Immancabilmente scoppiarono anche le polemiche. Sono violenti, diseducativi, istigano l’aggressività, tuonarono i soloni disinformati. E ci fu anche il ‘casus’: il volo dalla finestra di un bimbo fu spiegato col fatto che nella sua stanzetta si trovarono alcune figurine del gioco. Nessuno si premurò di andare a vedere che il volo non era propriamente una prerogativa di questi personaggi e di conseguenza l’emulazione assai poco plausibile. Si scomodarono psicologi e sociologi gonfi di lamentazioni e geremiadi. Con poche eccezioni: quella nobilissima di Maria Teresa Bongiorno, la scrittrice per ragazzi che paragonò quella schiera lunghissima di mostricciattoli mutanti (sì perché i Pokemon evolvono durante la loro vita) addirittura al catalogo di Lineo e ne sottolineò l’assoluta innocuità.

Pochi capirono la ricchezza immaginativa che accompagnava l’operazione che, sicuramente gonfiava le tasche di editori e produttori, ma faceva sognare i bambini e soprattutto li educava ad aver cura di questi esserini fantastici che in ogni episodio si dimostravano bisognosi di attenzioni e di affetto, primo tra tutti il leggendario Pikachu, tenerissimo prima che incazzosissimo.

E allora oggi, diciotto anni dopo, bisognerebbe ribadire con forza che interpretazioni forzose e sociologie varie non si addicono ai cartoni: loro il mondo dell’anarchia colorata, dove non importa se si muoia d’amore o d’indigestione di pastarelle, dove le balene hanno il lasciapassare per ii Paradiso e dopo una scossa elettrica ci si rimette piedi e si riprende a trotterellare come nulla fosse. Il mondo dell’istante, che se la ride di genealogie e ideali. E allora forse era il caso di osservarli in modo sereno, magari leggendone il fascino imprevedibile e pirotecnico dentro agli occhi dei nostri figli, ridendone coi nostri figli, magari a colpi di figurine, che non fanno male a nessuno, men che meno ai loro editori.

Evitare allora, quando fenomeni analoghi si ripeteranno, le trappole dei messaggi, al bando le elucubrazioni, interpretazioni, dissertazioni redatte sempre a posteriori, ben vengano venti minuti da dividere coi nostri figli davanti ai loro eroi, volatili e passeggeri ma comunque ospiti dei loro delicati e irripetibili encefali. E se qualcosa scivolerà giù giù fino al loro cuore, sarà allora una vittoria per tutti, soprattutto perché la fantasia avrà messo là dentro una bandiera, baluardo inespugnabile per i tanti spacciatori di morte e cinismo che incontreranno diventando adulti, e cioè più poveri.

Tra l’altro il primo film dei Pokemon finiva con questa frase messa in bocca al cattivo dopo che il protagonista aveva rischiato la vita per il proprio animaletto: “vado via per cercare di capire cosa c’è di così grande nel vostro cuore”. Niente male vero per far capire a un bimbo il dono di sé: meglio di tante sociologie e prediche, prima fra tutte questa, ovviamente.

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