Il complesso del semaforo

lampedusa salvataggiodi Daniele Bergesio

Faccio tanti errori, in vita mia.
Dimentico di stendere ad asciugare la lavatrice anche se mi si ricorda di farlo, mi distraggo nei momenti meno opportuni, scrivo sempre DUe LEttere MAiuscole consecutive perché pigio male il tasto del caps lock.
Soprattutto, leggo sempre i commenti al fondo di qualsiasi cosa sia postata in rete; non so perché, forse mi interessa quello che la gente pensa riguardo a un argomento qualsiasi. Farlo quando accadono tragedie come l’ultima che Lampedusa sta affrontando in questi giorni è imperdonabile. L’unica chance per passare indenne lo sguardo sulle parole vomitate dall’esercito dei tastieristi è tentare di indossare la casacca del sociologo: non so quanto io possa esserne in grado, sia per l’assenza di studi in materia, sia per il coinvolgimento personale – impossibile restare impassibili, scusate il gioco di parole.
Però non riesco mai a non stupirmi. Ci sono cose che mi lasciano senza fiato ogni giorno, confrontandomi con l’opinione altrui.
Per esempio, sono sempre pronto a leggere dell’entusiasmo per vedere morti centinaia di [aggiungere gruppo etnico disprezzato]. Il mio animo è tutto sommato vaccinato, quando qualcuno scrive che non capisce perché dovremmo essere tristi per la morte dei suddetti, anzi, sono X di meno; quando il tutto si traduce in bestiali vignette, fotomontaggi, doppi sensi. Davvero. È la solenne professione di mostruosità di un lato umano che possiamo solo combattere, ma non vincere. Un po’ come racconta Vonnegut in Mattatoio n.5: “ho scritto un libro contro la guerra”, dice al suo editore raggiante; “e perché non ne scrive anche uno contro, che so, i ghiacciai?”, gli risponde laconico l’altro.
Non riesco però a tenere i nervi a posto quando leggo odio verso uno sconosciuto blocco di altri  in qualche modo MOTIVATO. E il web, in tutte le sue forme, ne è ormai saturo – così come la politica, le tribune, gli spalti, le strade, i dialoghi. Non riuscirò mai a conservare la calma quando un razzismo vestito di ragionamenti mi viene tirato addosso come sampietrini pitturati di blu marine. Quando il senso delle cose viene stravolto, ignorato, modificato, preso a colpi d’accetta per giustificare un commento pressapochista e generalista con cui fare a fette popoli interi. Quando è colpa di qualcuno che ha parlato a un microfono, se migliaia di persone scappano attraversando un continente a piedi e un mare su una bagnarola incendiaria per salvarsi. Quando affogano, bruciano, muoiono, MUOIONO centinaia di disperati e leggi palate di “se ne potevano stare lì”, “venivano qui a non rispettare il nostro paese”, “dobbiamo aiutarli a casa loro”, “portavano Allah e il Signore ha fatto quel che era giusto, sia lodato”. Tutto scritto, non invento niente.
Quando vivi del complesso del semaforo: è sempre rosso, vero? Ve ne siete accorti? Sempre il semaforo rosso, trovate. Guarda un po’.
Solo che il semaforo è “sempre rosso” perché al rosso ti fermi. Al verde, invece prosegui. E non te ne accorgi.

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3 pensieri su “Il complesso del semaforo

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