Amore

1310378348439di Paolo Marcacci

 

All’entrata del locale gli piacque indugiare un attimo, non soltanto in nome della galanteria consueta: si fermò con l’intento di farla passare prima, dopo aver, lui, dato un’occhiata all’interno della sala. Pare che anche il galateo voglia così.

In realtà era un modo per mostrarla, per attirare l’attenzione su di lei, sulle meches bionde e sui loro riflessi appariscenti, sulle natiche sode, modellate ad arte da natura e palestra, compresse dentro i pantaloni di pelle lucida. Cinque secondi dopo entrò, con naturalezza, affrettandosi ad aiutarla a togliersi la giacca di pelliccia sottile, che non sottraeva nulla alla vista dello sguardo altrui, che cadeva con gravità ineluttabile proprio lì dove lei aveva imparato a concentrare tutte le fiches di un destino da svoltare in un modo o nell’altro: quel didietro sovrano dava l’impressione di appartenere a chi mostrava la sfrontatezza di volerlo comprare, in realtà era lui che dominava, dopo aver soggiogato; che ipnotizzava, che rendeva miopi e orgogliosi quando concedeva a polsi privilegiati di far aderire il bracciale del Rolex all’anca che ondeggiava, durante passeggiate di ostentazione.

“Culo”: una delle prime parole imparate dagli italiani che venivano in vacanza a Tallin, Estonia, quando lei dava una mano al padre in birreria e scrutava di traverso le Hogan e i Moncler di milanesi, romani e soprattutto provinciali del nord e del sud, che badano al particolare e ostentano come pochi altri. Culo come presa in giro quando non capiva ancora una parola, come complimento volgare che cominciò a farle piacere quando ne comprese l’accezione. Da mostrare, da offrire alla vista, che era la fine del mondo: fu uno di Bari a descriverlo per la prima volta in quella maniera. Da vendere e da esportare, vero passaporto per prendere  il volo da una città di duecentomila abitanti, che guglie e arabeschi fanno assomigliare a una fiaba perenne, di cui alla fine ci si può annoiare.

“Amore”, lo chiamava continuamente, con un intercalare gelido che spediva il significato di quella parole in un esilio triste, nella terra di nessuno dove tutto è soltanto abitudine: sia il lusso che il rimpianto cantato da De André.

Questo non lo voglio amore, prendo solo la frittura amore, lo sai che la sera la pasta non la mangio amore.

E amore ogni volta si guardava intorno, per riscuotere invidia e ammirazione, mentre a lei durante la cena veniva accentuandosi l’espressione annoiata, propria di tutte le regine o di quelle che vengono abituate a pensare di essere tali, magari in poco tempo come era capitato a lei.

Lui ad ogni boccone non faceva che fissarla, come nel tentativo di indovinarle un desiderio nascente da anticipare con tempismo. Una piccola forma di angoscia con cui conviveva volentieri, se quello era il prezzo da pagare per averla nel letto, a fianco durante le cene, a braccetto durante le passeggiate costellate di vetrine.

Era sempre stato un uomo piacente, forse ancora di più nell’ultimo periodo: dei cinquantacinque suonati che aveva se ne sentiva quaranta al massimo; mai presa una pastiglia per soddisfarla a letto come dovevano fare tanti suoi coetanei e anche qualcuno più giovane, quel filo di abbronzatura perenne, l’allenamento quasi quotidiano e quel guardaroba rinnovato a colpi di griffe giovanili e consigli di lei.

Il ragazzo entrò assieme a una comitiva di amici. Era il più alto, capelli nerissimi e una giacca di pelle sottile, morbida, che assecondava i bicipiti e la larghezza delle spalle. Un atleta, forse un nuotatore.

La comitiva, allegra e piuttosto rumorosa, si sistemò alle loro spalle o, meglio, alle spalle di lui.

La smorfia di noia sul viso di lei si modificò in un sorriso abbozzato agli angoli della bocca, come se qualcosa o qualcuno avesse cominciato a incuriosirla o a farle simpatia.

Alle sue spalle parlavano, ridevano, mangiavano come mangia una comitiva di sportivi in libera uscita. E guardavano, lo avvertiva distintamente, come se le loro occhiate e le battute a mezza voce lo trafiggessero, gli frantumassero le scapole per posarsi negli occhi di lei, sul suo collo, sul seno non grande ma modellato e coi capezzoli in rilievo perenne, che nessun tessuto avrebbe mai celato del tutto.

Lei gli parlava e gli sorrideva di più, adesso, ma con un qualcosa di lontano nello sguardo, che le rallentava di mezzo secondo le risposte, che la faceva apparire distratta. Di colpo lei si alzò, con un gesto di sicurezza estrema che lo mise a disagio, avviandosi verso la toilette con una scia di sguardi di clienti ammirati e camerieri maliziosi quasi palpabile che la seguì fin dentro il bagno. Dopo un minuto il ragazzo alto si alzò anche lui per dirigersi verso la toilette.

L’uomo ebbe la sensazione che tutti lo stessero guardando, ora, molto più di quando era entrato con lei. Si sentì addosso una patina di scherno e commiserazione, come quel velo di stanchezza e sudore che  si avverte sulla pelle dopo una giornata trascorsa fuori casa. Sentì che il suo odore dava di stoffa pregiata del gessato che indossava, di Azzaro e di un filo di adrenalina, nervosismo e timore. Impazienza, anche, non sapeva neanche spiegarsi perché.
Lei e il ragazzo uscirono assieme, le indovinò sulle labbra, oltre al sorriso compiaciuto, qualche parola detta in fretta ma con gentilezza. Ebbe l’impressione che tutto il ristorante stesse traendo le sue stesse conclusioni.

Forse si erano urtati sulla porta e lui le stava chiedendo scusa; forse invece lui era riuscito a strapparle il numero di cellulare e presto l’avrebbe chiamata, così una mattina si sarebbero incontrati per un caffè da qualche parte, lontani da occhi indiscreti. Si perse in una marea di forse, con un bruciore improvviso che gli salì fino in gola, nonostante lì cucinassero così bene.
Lei tornò a sederglisi di fronte, più sorridente e rilassata.
Lui bevve un sorso di vino, brindando con se stesso: se lei non fosse stata così puttana, non sarebbe venuta via con lui, in Italia, così di fretta e così entusiasta. Proprio per questo, non avrebbe mai fatto la follia di lasciarlo, rinunciando a tutto quello che poteva permettersi di chiedergli.
Ridano pure, pensò, i camerieri morti di fame e tutti quelli che non potrebbero mai permettersela. Con queste parole.
Gli sembrò di aver vinto, senza sapere se avesse corso sul serio il rischio di perderla, anche soltanto per gli incontri occasionali che la ragazza poteva promettere a uno giovane quanto lei.
Uscendo dal locale, ebbe per un attimo l’impressione che una signora della sua età, guardandoli, avesse scosso la testa.

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