Il venditore di palloncini

Palloncinidi Edoardo Caldarola

Guanti mozzi e dita svelte; il cappotto largo quanto la speranza, un cappello traboccante di idee. L’uomo che vende fantasie di plastica si sveglia sulla panchina dell’abitudine, va a sciacquarsi alla fontana della sincerità: «Dio dell’aria e dei palloncini, dammi la forza di non bestemmiarti (almeno in presenza dei bambini)». Si assicura che, in fondo alla bottiglia, sia rimasto un sorso di coraggio e lo beve. Quando la folla piccolina si raduna, è pronto per il discorso collaudato: «Sapete perché il cielo è rosso, giallo o blu? Perché è pieno di palloncini, a miliardi lassù…». «Oooh!» gli fanno eco pesciolini parlanti, presi all’amo dall’esca delicata di mille esili mongolfiere colorate. «Ogni palloncino è un sogno che vuole volare: per pochi spiccioli ne compri uno, pensi a un sogno e lo lasci andare». Così per tutto il tempo, credendosi Peter Pan nel Paese delle meraviglie o Alice nell’Isola che non c’è. A sera, quando i bambini dormono e c’è odore di umido, investe i suoi soldi nella bottiglia quotidiana. Deposita ciò che avanza nelle tasche – sdrucite come la generosità – di una vecchia mendicante che stringe in mano il suo cartello scolorito: “Riuscirò a comprare un biglietto per l’America?” Saluta con la mano e si sdraia sulla sua panchina. Poi fa un segno di croce, convinto che, se Gesù Cristo scendesse ora, direbbe: “Guardate i venditori di palloncini: non tessono, non mietono eppure…” Si addormenta.

E sogna.

Palloncini colorati.

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