Al mercato del libro usato

2013-09-16 12.34.55Fa caldo. E’ mattina. Il sole è già in ottima forma a scartare le rare nuvole, mentre a terra la calca è già asfissiante. Spinte, Schiamazzi, grida. Le frasi che si distinguono più nitide sono “Liste!!” oppure “Chi vende?”, poi le richieste  più esplicite ma sempre in tono con la fibrillazione diffusa “quel ragazzo con la Lacoste ha già chiesto?” “E quello di là con la maglietta rossa?”.

Siamo a Roma, Largo dei Colli Albani, di fronte al mercato settembrino dei libri usati: un rito collettivo e democratico, perché liceali e genitori di ogni tipo, età ed estrazione sociale vi prendono parte con la foga di chi è appena tornato dalle vacanze e ha ancora un buon credito di energie mentali da spendere per risparmiare su un altro tipo più pratico di risorsa: l’investimento per il pargolo studente.

C’è chi arriva con i carrelli della spesa, chi con le borse di ikea, chi semplicemente e in modo vagamente snob con una piletta di volumi sotto il braccio. Di fronte il muro dei banchi, stipati fino all’inverosimile, attorno ai quali ronzano ragazzi e ragazze inarrestabili, mentre, qualche passo indietro, di fronte agli scaffali metallici e parzialmente arrugginiti, i più anziani con occhiale calato quel tanto che consenta la vista bifocale esaminano fogli e libri.

Già perché chi vende prova a piazzare di tutto, chi acquista per poi rivendere ai nuovi avventori che magari hanno già a loro volta venduto, deve anzitutto cautelarsi sulle condizioni del libro in questione.

E allora è un po’ come al mercato degli schiavi: se un tempo una buona dentatura garantiva la bontà dell’affare qui invece contano numero di sottolineature, le famigerate “orecchie” all’angolo delle pagine, lo stato di degrado della copertina con inevitabili firme e cuoricini. Quanto più il numero di queste fastidiose “nuances” è basso tanto più potete ottenere in Euro. Ma contrattare è difficile perché l’abbondanza è tale che il rifiuto del compratore/venditore è esibito a cuor leggero, tanto le alternative fioccano.  2013-09-16 12.36.51

Come al mercato degli schiavi, per l’appunto, non potendo esporre troppo il libro, genere merceologico comunque non sexy, c’è chi punta su banditrici giovani, spigliate, possibilmente in short. Ed eccole lì in cima a uno sgabello che urlano le frasi suddette ma con tono decisamente più brioso e accattivante.

E’ chiaro l’afa e la fretta regnano a tal punto che questo cotè “carnale” viene sostanzialmente ignorato, ma non si sa mai, la pubblicità è comunque l’anima del commercio. Vanno segnalati tra l’altro anche quei ragazzi che dispiegano un tappetino o una tovaglia vecchia sul marciapiede  per  vendere almeno una decina di volumi: non possono entrare in concorrenza con i banchi ma più defilati confidano sul colpo di fulmine, e cioè su quell’avventore che magari non vuole attendere le mezz’ore e trova casualmente il proprio testo alla prima occhiata. Non capita troppo spesso ma capita.

E infine, l’ultima ancora di salvezza, l’extrema ratio di chi ha sondato una decina di banchi e si è sempre sentito dire che” no, quel libro che lei cerca non c’è”, ebbene c’è ancora una risorsa, impensabile ma non scartabile a priori: il cassonetto del riciclo carta stipato di volumi spiegazzati e copertine semilacerate. C’è chi non si vergogna di metterci le mani dentro perché forse quel frontespizio o quel dorso gli ricordano qualcosa di familiare e …sperato

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Me ne torno a casa con la certezza che quanto più giustamente parliamo di smaterializzazione dei contenuti, di futuro digitale e ci confrontiamo con le scelte degli editori e le delibere della Pubblica Istruzione, bene, tanto più quell’altra Italia, quella ahinoi più numerosa, perché di quando in quando tutti ne facciamo parte, quell’Italia insomma deve far quadrare i conti e mettere insieme il pranzo con la cena anche a livello culturale, e che non c’è niente di male, anzi e che forse quando riempiamo colonne di statistiche e numeri dovremmo fare di più i conti senza ideologismi passatisti e aprioristici filoneismi con quello che passa il convento, perché dentro a quel convento, ogni tanto, ci stiamo noi e ci stiamo tutti.

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