Il frutto di un Mennea Day

2013-09-13 16.52.35Il 12 settembre è il giorno in cui nel 1979, a Città del Messico, Pietro Mennea batteva il record del mondo di Tommie Smith sui 200 metri, fissandolo sui fatifici 19 secondi e 72 centesimi: un tempo che avrebbe resistito quasi un ventennio per essere battuto solo dal “soldatino” Michael Johnson nel 1996 e che è tuttora primato europeo.

Ecco il motivo per cui proprio ieri l’atletica italiana ha celebrato il Mennea Day, un modo esemplarmente simbolico per onorare la memoria di uno dei più grandi atleti italiani di sempre, la “freccia del Sud” che grazie a un’applicazione maniacale, a metodi di lavoro al limite del sovrumano, col suo fisico non certo muscolarmente debordante resta un fenomeno pressoché unico nella storia del nostro sport e non soltanto: Pietro Mennea, ovvero l’uomo che riuscì a diventare campione, a vincere Europei e Olimpiadi, a sfiorare con la staffetta nell’83 il neonato Mondiale (i quattro azzurri da lui capeggiati furono uno splendido argento), ma anche lo studioso meticoloso, plurilaureato, personaggio che per dedizione, serietà e impegno in ogni campo è nitidamente segno di contraddizione per l’Italia degli ultimi decenni.

Ma il Mennea Day è soprattutto la consacrazione di un aspetto del suo fare 2013-09-13 16.53.46sport che è condivisibile da tutti: l’idea che chiunque può vincere la battaglia contro se stesso lavorando su se stesso a qualsiasi livello e a qualsiasi età. Nel Mennea day ogni tesserato italiano può correre i duecento metri e misurarsi con il proprio limite; può gioire anche solo per esser parte della festa ma anche perché ha una nuova occasione di porre un ulteriore mattoncino nella costruzione del rapporto con il proprio corpo: al Mennea Day di ieri a Roma allo stadio dei Marmi e al cospetto del simpaticissimo immarcescibile Tommie Smith, era quasi commovente vedere nella stessa batteria muscoli giovani e perfettamente strutturati, volti acerbi e pieni di brufoli accanto a capelli brizzolati, fronti alte e diradate, ginocchia cigolanti.

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Tommie Smith

Perché l’atletica è l’unico sport forse in cui si può affermare senza retorica che vince chiunque: l’importante è avere dato il massimo di se stessi, di aver posto l’energia del proprio corpo e della propria mente a servizio del proprio miglioramento. Controllare quella postura, lavorare sui primi o gli ultimi appoggi, uscire in una certa maniera dai blocchi, distribuire la velocità per non essere imballati nel finale: l’atletica perfetta è il controllo di tutte queste varianti ed eseguirle nel migliore dei modi è fonte di soddisfazione qualunque sia il tempo ottenuto. E Pietro Mennea, quello che uscì sesto dalla curva olimpica, quello che a volte correva con la maglietta della salute sotto la canotta nazionale, quello che difficilmente imbroccava una partenza immacolata è (anche in questo) l’esempio perfetto che per vincere non occorre fare tutto bene. Basta volerlo.

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