Su David Foster Wallace. Cinque anni dopo

3-3 DOMKE WALLACE 1“Sophie sa che solo Solomon sa che una Sophie malata è sotto tutti gli aspetti importanti pur sempre una Sophie, non un insieme di bacchette e tubicini da accarezzare e coccolare (..) E’ una cosa difficile da afferrare il percome delle cose. Durante tutto questo brutto periodo Solomon ha fatto sentire e capire a Sophie che lei è la malata, non la malattia. Lei è quello che è, non quello che ha dentro. Sophie respira molto meglio sapendo che lei per Solomon non morirà mai, e a questo Sophie aggiunge un viceversa ancora migliore riguardo alla vita di Solomon. Solomon Silverfish a parte il favore non da poco di averla amata per trentadue anni rendendola la donna più felice sulla faccia della terra, ha aiutato Sophie a usare la malattia per capire ciò che lei è e ciò che non è”.

Queste poche righe sono tratte dal racconto Solomon Silverfish uno dei più limpidi e perfetti testimoni del cuore di David Foster Wallace, che ci ha lasciati esattamente cinque anni fa. In questo caso un amore raccontato quasi a margine della storia, eppure vero punto focale dell’esistenza dei due personaggi, segno del loro contrapporsi alle cose, al destino, alla caducità. L’amore, per nulla mieloso, come ultimo guerriero a cedere alla morte.
Nonostante tutti gli sforzi della pubblicistica nel presentarcelo come un dandy della scrittura, un funambolo cerebrale sulla complessità di una lingua rigogliosa ma impervia e difficilmente penetrabile, Wallace è stato anzitutto un autore che ha mostrato come il cervello di uno scrittore di quella levatura, affilato come un bisturi agile e preciso nel ritagliare approssimazioni al senso delle cose e capace di furoreggiare tra capriole linguistiche e irriverenti, possa svelare in filigrana, ma neanche tanto, una tenerezza sobria, controllata e virile, che si poggia come un sedimento sul racconto, lieve e ponderata, per mostrarlo in realtà per quello che è: una vera porta d’accesso al suo mondo di dolore personale e probabilmente irrisolto, ma un dolore che elemosina dai suoi personaggi un bagliore di speranza o forse una testimonianza, la testimonianza che a parte la natura, la generale corruttibilità, quella testa umana capace di vivere e raccontare emozioni nasconda qualcosa e quasi meriti di essere altro, di svelare altro, meriti di non morire per sempre, come intuisce Sophie attraverso l’amore di Solomon. La sensazione divorante – come dirà nel famoso discorso ai laureati del Kenyon College – di avere avuto e poi perso qualcosa di infinito.

In un’intervista concessa nel 1993 a Larry McCaffery, eminente studioso di avant-pop e postmodernismo, Wallace aveva spiegato che il suo scrivere mirato al lettore vive del “contrasto tra immersione nel testo e allontanamento”, sempre per ricordare al suo referente che il procedimento letterario è “qualcosa di mediato, che si tratta di una relazione tra la coscienza di chi scrive e chi legge, e che proprio in questo è vero, in quanto relazione vivente tra esseri umani”.

Gli obiettivi dell’attività di Wallace in questo campo sono essenzialmente due: ribadire da un lato la natura relazionale del linguaggio, quello che contraddistingue gli umani fin dal racconto della Genesi – quel che veramente marca la differenza e la specificità dell’animale uomo – sostenere e corroborare dall’altro l’eccezionalità di questa creatura, la sua diversità opposta, come nel caso del discorso ai neolaureati, alla cieca brutalità del corredo naturale, a quanto ci trascina irrimediabilmente vero il basso, il buio, la morte. Tutta l’opera di Wallace, tutta la sua titanica costruzione formale fatta di mattoni di lemmi e cemento di sintassi è uno stare dalla parte della vita contro il caso, l’ignoto, significa formare una corazza che si realizza con un’ascesi, una formazione alla complessità, una lode smisurata della forma, insomma di tutto quanto possa essere credibilmente opposto alla disgregazione.

Qualcosa di simile a quanto affermato in una delle sue lezioni di Oxford dal Nobel Seamus Heaney a proposito della poesia di Yeats.

“quando una poesia rima, quando una forma si autogenera, quando un metro provoca la coscienza a trovare nuove posizioni, essa è già dalla parte della vita. Se una rima sorprende ed estende le relazioni prefissate fra parole, già questa è una protesta contro la necessità. Se la lingua fa più di quanto basta , come avviene in ogni opera riuscita, essa opta per la condizione della vita ulteriore e si ribella contro il limite”.

Eppure tutto questo non è sufficiente, e non solo, biecamente, alla luce del destino infelice dell’autore. Tentare di portare le volute inebrianti dell’intelletto dalla parte della vita è il problema che Wallace ha affrontato durante tutta la sua esistenza, che vuol dire messa in pratica del mestiere della vita, il suo nocciolo duro, quello che il mondo sembra promettere ma che a lui sembrava richiedere costantemente di dover spostare l’asticella più in su confidando sulla forza della mente ma al cospetto di un dato di naturalità che decideva di incarnarsi in mille figure, cose, persone, timori e tremori sempre all’apparenza più grandi e irriducibili. Letterariamente tutto ciò è riuscito e spesso ci trasmette una sensazione di compiutezza difficilmente controvertibile. Eppure c’è un però.

Come Wallace, ogni uomo così faticosamente inerpicatosi sulla sua materia grigia trova sempre di fronte quasi di soppiatto una realtà che ha creduto di conquistare a forza di ragionamenti ma che finisce invece per disarmarlo con la semplicità. Perché mondo e natura possono essere abbracciati oltre che sfidati e combattuti. Perché forse quel superare il corredo naturale dell’egoismo animale si può ottenere con la forza di una volontà mentale ma forse ancora meglio con il lasciarsi andare talvolta all’immediatezza del riconoscimento che c’è una positività, che l’attimo può regalare ai sensi un senso di appagamento e felicità di grado diverso e forse superiore alla più acuta disamina cerebrale.

E’ quello che Wallace attinge nel racconto suo più bello, asciutto e immediato, dove le parole più che orizzontalmente a realizzare reti lavorano allo spessore, nell’evocazione paradigmatica di una beatitudine naturale, fragile e luminosa, verticale di riflessi e convincentemente vera. Il racconto chiude la raccolta la Ragazza dai capelli strani, pubblicato in Italia nel 2003 (Minimum Fax), e pone di fronte in tre paginette un protagonista che non fa altro che accumulare considerazioni ed elucubrazioni sottili e sofisticate e all’apparenza logicamente incontrovertibili su quanto osserva dalla finestra, ma ha come contrappunto una ragazza “naturalmente” vitale, sensitiva come una pianta, quasi creatura della pioggia che nella notte ha lavato lo spazio antistante la casa dove i due stanno affrontando il mattino. Lei, un po’ Lolita un po’ Lesbia, offre all’io narrante una disarmante fisicità ed un modo di ragionare immediato, privo di alcuna complicazione ma misteriosamente e perfettamente aderente al paesaggio, alla sua umidità così terrestre, intima con il creato e il suo colore, un verde imbattibile, al cospetto del quale all’uomo non resta altro che l’antica risorsa di Adamo: dire un nome

(…) Dico: Mayfly, il mio cuore ha fatto il giro del mondo e ritorno per te ma ho quarantotto anni. È ora che la smetta di lasciarmi semplicemente trascinare dalle cose. Devo usare quel po’ di tempo che ancora mi resta per cercare di sistemare tutto e stare bene. Devo provare a stare come ho bisogno di stare. In me ci sono delle esigenze che tu non riesci neanche più a vedere, perché ci sono troppe esigenze tue di mezzo.

Lei non dice nulla e io guardo la sua finestra e sento che lei sa che io so, e seduta sul mio divano fa un movimento. Ripiega le gambe sotto di sé, ha un paio di pantaloncini.

Dico in fondo non mi importa di quello che ho visto o credo di aver visto. Non è più quello il punto. So che io sto diventando vecchio e tu no. Ma ora mi sento come se ci fosse tutto me stesso che va verso di te e in cambio non mi viene più niente.

Ha i capelli tirati su con un fermaglio e delle forcine e si tiene il mento con la mano, è mattina presto, sembra che stia sognando rivolta verso la luce pulita che entra dalla finestra bagnata sopra il mio divano.

È tutto verde, dice. Guarda come è tutto verde Mitch. Come fai a dire di provare certe cose quando fuori è tutto così verde.

La finestra sopra il lavello del mio cucinino è stata ripulita dal violento acquazzone di stanotte e ora è una mattina di sole, è ancora presto, e fuori c’è un casino di verde. Gli alberi sono verdi e quel po’ d’erba che c’è oltre i dossi artificiali è verde e liscia. Ma non è tutto quanto verde. Le altre roulotte non sono verdi e il mio tavolino lì fuori con le pozzanghere allineate e le lattine di birra e le cicche che galleggiano nel portacenere non è verde, né il mio furgone, o la ghiaia della piazzola, o il triciclo che sta rovesciato su un fianco sotto un filo per il bucato senza bucato accanto alla roulotte vicina, dove c’è uno che ha fatto dei bambini.

È tutto verde sta dicendo lei. Lo sta sussurrando e il sussurro non è più rivolto a me, lo so.

Getto la sigaretta e volto le spalle al mattino con il sapore di qualcosa di vero in bocca. Mi volto verso di lei che sta sul divano in piena luce.

Da dov’è seduta sta guardando fuori, e io guardo lei, e c’è qualcosa in me che non si riesce a chiudere, nel guardarla. Mayfly ha un corpo. È lei il mio mattino. Dite il suo nome.

“Sophie sa che solo Solomon sa che una Sophie malata è sotto tutti gli aspetti importanti pur sempre una Sophie, non un insieme di bacchette e tubicini da accarezzare e coccolare (..) E’ una cosa difficile da afferrare il percome delle cose. Durante tutto questo brutto periodo Solomon ha fatto sentire e capire a Sophie che lei è la malata, non la malattia. Lei è quello che è, non quello che ha dentro. Sophie respira molto meglio sapendo che lei per Solomon non morirà mai, e a questo Sophie aggiunge un viceversa ancora migliore riguardo alla vita di Solomon. Solomon Silverfish a parte il favore non da poco di averla amata per trentadue anni rendendola la donna più felice sulla faccia della terra, ha aiutato Sophie a usare la malattia per capire ciò che lei è e ciò che non è”.

Queste poche righe sono tratte dal racconto Solomon Silverfish uno dei più limpidi e perfetti testimoni del cuore di David Foster Wallace, che ci ha lasciati esattamente cinque anni fa. In questo caso un amore raccontato quasi a margine della storia, eppure vero punto focale dell’esistenza dei due personaggi, segno del loro contrapporsi alle cose, al destino, alla caducità. L’amore, per nulla mieloso, come ultimo guerriero a cedere alla morte.
Nonostante tutti gli sforzi della pubblicistica nel presentarcelo come un dandy della scrittura, un funambolo cerebrale sulla complessità di una lingua rigogliosa ma impervia e difficilmente penetrabile, Wallace è stato anzitutto un autore che ha mostrato come il cervello di uno scrittore di quella levatura, affilato come un bisturi agile e preciso nel ritagliare approssimazioni al senso delle cose e capace di furoreggiare tra capriole linguistiche e irriverenti, possa svelare in filigrana, ma neanche tanto, una tenerezza sobria, controllata e virile, che si poggia come un sedimento sul racconto, lieve e ponderata, per mostrarlo in realtà per quello che è: una vera porta d’accesso al suo mondo di dolore personale e probabilmente irrisolto, ma un dolore che elemosina dai suoi personaggi un bagliore di speranza o forse una testimonianza, la testimonianza che a parte la natura, la generale corruttibilità, quella testa umana capace di vivere e raccontare emozioni nasconda qualcosa e quasi meriti di essere altro, di svelare altro, meriti di non morire per sempre, come intuisce Sophie attraverso l’amore di Solomon. La sensazione divorante – come dirà nel famoso discorso ai laureati del Kenyon College – di avere avuto e poi perso qualcosa di infinito.

In un’intervista concessa nel 1993 a Larry McCaffery, eminente studioso di avant-pop e postmodernismo, Wallace aveva spiegato che il suo scrivere mirato al lettore vive del “contrasto tra immersione nel testo e allontanamento”, sempre per ricordare al suo referente che il procedimento letterario è “qualcosa di mediato, che si tratta di una relazione tra la coscienza di chi scrive e chi legge, e che proprio in questo è vero, in quanto relazione vivente tra esseri umani”.

Gli obiettivi dell’attività di Wallace in questo campo sono essenzialmente due: ribadire da un lato la natura relazionale del linguaggio, quello che contraddistingue gli umani fin dal racconto della Genesi – quel che veramente marca la differenza e la specificità dell’animale uomo – sostenere e corroborare dall’altro l’eccezionalità di questa creatura, la sua diversità opposta, come nel caso del discorso ai neolaureati, alla cieca brutalità del corredo naturale, a quanto ci trascina irrimediabilmente vero il basso, il buio, la morte. Tutta l’opera di Wallace, tutta la sua titanica costruzione formale fatta di mattoni di lemmi e cemento di sintassi è uno stare dalla parte della vita contro il caso, l’ignoto, significa formare una corazza che si realizza con un’ascesi, una formazione alla complessità, una lode smisurata della forma, insomma di tutto quanto possa essere credibilmente opposto alla disgregazione.

Qualcosa di simile a quanto affermato in una delle sue lezioni di Oxford dal Nobel Seamus Heaney a proposito della poesia di Yeats.

“quando una poesia rima, quando una forma si autogenera, quando un metro provoca la coscienza a trovare nuove posizioni, essa è già dalla parte della vita. Se una rima sorprende ed estende le relazioni prefissate fra parole, già questa è una protesta contro la necessità. Se la lingua fa più di quanto basta , come avviene in ogni opera riuscita, essa opta per la condizione della vita ulteriore e si ribella contro il limite”.

Eppure tutto questo non è sufficiente, e non solo, biecamente, alla luce del destino infelice dell’autore. Tentare di portare le volute inebrianti dell’intelletto dalla parte della vita è il problema che Wallace ha affrontato durante tutta la sua esistenza, che vuol dire messa in pratica del mestiere della vita, il suo nocciolo duro, quello che il mondo sembra promettere ma che a lui sembrava richiedere costantemente di dover spostare l’asticella più in su confidando sulla forza della mente ma al cospetto di un dato di naturalità che decideva di incarnarsi in mille figure, cose, persone, timori e tremori sempre all’apparenza più grandi e irriducibili. Letterariamente tutto ciò è riuscito e spesso ci trasmette una sensazione di compiutezza difficilmente controvertibile. Eppure c’è un però.

Come Wallace, ogni uomo così faticosamente inerpicatosi sulla sua materia grigia trova sempre di fronte quasi di soppiatto una realtà che ha creduto di conquistare a forza di ragionamenti ma che finisce invece per disarmarlo con la semplicità. Perché mondo e natura possono essere abbracciati oltre che sfidati e combattuti. Perché forse quel superare il corredo naturale dell’egoismo animale si può ottenere con la forza di una volontà mentale ma forse ancora meglio con il lasciarsi andare talvolta all’immediatezza del riconoscimento che c’è una positività, che l’attimo può regalare ai sensi un senso di appagamento e felicità di grado diverso e forse superiore alla più acuta disamina cerebrale.

E’ quello che Wallace attinge nel racconto suo più bello, asciutto e immediato, dove le parole più che orizzontalmente a realizzare reti lavorano allo spessore, nell’evocazione paradigmatica di una beatitudine naturale, fragile e luminosa, verticale di riflessi e convincentemente vera. Il racconto chiude la raccolta la Ragazza dai capelli strani, pubblicato in Italia nel 2003 (Minimum Fax), e pone di fronte in tre paginette un protagonista che non fa altro che accumulare considerazioni ed elucubrazioni sottili e sofisticate e all’apparenza logicamente incontrovertibili su quanto osserva dalla finestra, ma ha come contrappunto una ragazza “naturalmente” vitale, sensitiva come una pianta, quasi creatura della pioggia che nella notte ha lavato lo spazio antistante la casa dove i due stanno affrontando il mattino. Lei, un po’ Lolita un po’ Lesbia, offre all’io narrante una disarmante fisicità ed un modo di ragionare immediato, privo di alcuna complicazione ma misteriosamente e perfettamente aderente al paesaggio, alla sua umidità così terrestre, intima con il creato e il suo colore, un verde imbattibile, al cospetto del quale all’uomo non resta altro che l’antica risorsa di Adamo: dire un nome

(…) Dico: Mayfly, il mio cuore ha fatto il giro del mondo e ritorno per te ma ho quarantotto anni. È ora che la smetta di lasciarmi semplicemente trascinare dalle cose. Devo usare quel po’ di tempo che ancora mi resta per cercare di sistemare tutto e stare bene. Devo provare a stare come ho bisogno di stare. In me ci sono delle esigenze che tu non riesci neanche più a vedere, perché ci sono troppe esigenze tue di mezzo.

Lei non dice nulla e io guardo la sua finestra e sento che lei sa che io so, e seduta sul mio divano fa un movimento. Ripiega le gambe sotto di sé, ha un paio di pantaloncini.

Dico in fondo non mi importa di quello che ho visto o credo di aver visto. Non è più quello il punto. So che io sto diventando vecchio e tu no. Ma ora mi sento come se ci fosse tutto me stesso che va verso di te e in cambio non mi viene più niente.

Ha i capelli tirati su con un fermaglio e delle forcine e si tiene il mento con la mano, è mattina presto, sembra che stia sognando rivolta verso la luce pulita che entra dalla finestra bagnata sopra il mio divano.

È tutto verde, dice. Guarda come è tutto verde Mitch. Come fai a dire di provare certe cose quando fuori è tutto così verde.

La finestra sopra il lavello del mio cucinino è stata ripulita dal violento acquazzone di stanotte e ora è una mattina di sole, è ancora presto, e fuori c’è un casino di verde. Gli alberi sono verdi e quel po’ d’erba che c’è oltre i dossi artificiali è verde e liscia. Ma non è tutto quanto verde. Le altre roulotte non sono verdi e il mio tavolino lì fuori con le pozzanghere allineate e le lattine di birra e le cicche che galleggiano nel portacenere non è verde, né il mio furgone, o la ghiaia della piazzola, o il triciclo che sta rovesciato su un fianco sotto un filo per il bucato senza bucato accanto alla roulotte vicina, dove c’è uno che ha fatto dei bambini.

È tutto verde sta dicendo lei. Lo sta sussurrando e il sussurro non è più rivolto a me, lo so.

Getto la sigaretta e volto le spalle al mattino con il sapore di qualcosa di vero in bocca. Mi volto verso di lei che sta sul divano in piena luce.

Da dov’è seduta sta guardando fuori, e io guardo lei, e c’è qualcosa in me che non si riesce a chiudere, nel guardarla. Mayfly ha un corpo. È lei il mio mattino. Dite il suo nome.

Advertisements

Un pensiero su “Su David Foster Wallace. Cinque anni dopo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...