Quell’insostenible fatica di rispondere “buon giorno!”

gente-di-citta-sagome-vector-pack_279-402Sarà per quello che viene definito lo stress da rientro, sarà pure per il tempo poco clemente e ballerino di queste mattine, ma la maggior parte dei concittadini sembra aver affinato le tecniche quotidiane per evadere il peso di un saluto beneaugurale, a volte magari formale, ma sicuramente atteso da chi lo rivolge anche solo per motivi di buona creanza.

E siffatte tecniche sono davvero innumerevoli e a volte così studiate e sofisticate da far ritenere che tanto sforzo mentale potrebbe essere risparmiato semplicemente con uno sguardo appena aggraziato o dall’emissione corretta di un suono di poche sillabe: “buon gior-no”, appunto. Con tanto di dittongo su cui poggiare il fiato.

E c’è allora il metodo tradizionale che consiste nel fissare il vuoto, fingendo di non aver notato chi sta salutando. Riesce ma devi avere un’aria particolarmente svagata per essere credibile. E ancora, ma molto scontato, il trucco dell’orologio: dargli un’occhiata frettolosa implica che quel saluto non può essere restituito per via delle mille incombenze inderogabili che incombono sulla vita dell’astante. Ci sono poi quelli più atletici che se ti intravvedono dalla parte opposta della strada ma in pericolosa rotta di impatto, si scapicollano ad attraversare a loro volta e a debita distanza. Lì c’è l’inconveniente che con l’altro occhio devi anche badare a non farti investire. Il trucco più recente, poi, quello che i calciatori sfruttano puntualmente in zona mista per sottrarsi a scomode interviste: portarsi improvvisamente il cellulare all’orecchio o di fronte agli occhi fingendo l’arrivo di un importantissimo sms. Ci sono poi altre risorse estemporanee: chinarsi per allacciarsi una scarpa, lasciar cadere un plico per terra con aria incauta, tornare sui propri passi improvvisamente magari sfiorandosi la fronte come per dire: “che sbadato che sono! Ho dimenticato la tal cosa a casa!”

Se poi l’impatto col salutante è proprio inevitabile, ecco allora che si può modulare la propria espressione vocale: si va dal grugnito, che però è decisamente troppo cafone e quasi bellicoso, alla sillaba smozzicata “gior-n” “bn..gn”, alla pura fonetica di “mmhh” ehhm”; c’è anche il sorriso forzato, infine.

E pensare che quelle due parole sono così franche, dirette, innocenti e piacevoli da ascoltare. E che siano gravide di significato ( e il significato è quello che dà senso alle nostre azioni) ce lo ha spiegato Tokien all’inizio dello Hobbit quando si incontrano Bilbo e Gandalf.

“Buon giorno!” disse Bilbo, e lo pensava veramente. Il sole brillava e l’erba era verdissima. Ma Gandalf lo guardò da sotto le lunghe sopracciglia irsute ancora più sporgenti della tesa del suo cappello.

“Che vuoi dire?” disse. “MI auguri un buon giorno o vuoi dire che è un buon giorno che mi piaccia o no, o che ti senti buono quest’oggi, o che è un giorno in cui si deve essere buoni?”

“Tutto quanto” disse Bilbo. “E’ un bellissimo giorno per una fumata di pipa all’aperto (…) Non c’è fretta! Abbiamo tutto il giorno davanti a noi!”(…)

“Buon giorno” disse alla fine. “Non vogliamo nesuna avventura qui, grazie tante!”

“Però quante cose sai dire con il tuo buon giorno”, disse Gandalf. “Adesso vuoi dire che ti vuoi sbarazzare di me e che il giorno non sarà buono finché non me ne sarò andato.”

Ecco, avete visto a quale ricchezza rinunciamo per timidezza, per un po’ di inutile fretta o per qualche ruggine di cui magari non ricordiamo neanche il motivo? Scandiamolo chiaro allora questo buon giorno…e magari anche con un sorriso.

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