Pomeriggio di agosto

spiaggia affollatadi Marco Maresca

Pomeriggio di agosto in una spiaggia a nord di Roma. Sole, schiamazzi indistinti mescolati alla cantilena delle piccole onde che agonizzano a riva. E gente, tanta come ce ne può essere in un caldo pomeriggio di agosto.

Io passeggio lungo la battigia, confondendomi tra la folla di vacanzieri che, come me, guadagnano chilometri di marina senza un vero motivo, forse solo per vincere la monotonia della spiaggia, certamente nella speranza di non incontrare un conoscente.

Sono ormai giunto alla meta, che è poi un punto assolutamente casuale che segna il giro di boa della mia passeggiata. C’è gente, più del consueto. Guardo meglio. E’ un capannello intorno a qualcosa. Sorrido, pensando alla solita medusa spiaggiata che suscita la curiosità di grandi e bambini. Mi avvicino, nascondendo a me stesso la medesima curiosità degli altri. C’è altro, mi pare. Man mano che mi avvicino percepisco un grido che non può essere la conseguenza della vista di una medusa, per quanto raccapricciante possa essere. Mi avvicino ancora, e le urla diventano parole concitate che non lasciano dubbi.

E allora ho un senso di vuoto, un abbandono di lucidità, il ritorno di una vertigine mai passata del tutto.  E allora mi ritraggo velocemente, urtando gli ultimi arrivati, scostandomi quel tanto che mi permette di non vedere e, soprattutto, di recuperare la mia presenza. E allora ecco i ricordi, a prendere il posto di tutto il resto, a sbucare da ogni angolo di mare e di spiaggia.

* * *

Fuori dalla porta della camera mortuaria sono rimasto solo. Tutti gli altri sonogià entrati per vederlo un’ultima volta. Io non posso. Sento una forza immensache mi trattiene. Riesco solo a dare un’occhiata mentre mamma entra. E a scorgere appena una figura che è tutt’uno con la figura del Cristo morto del Mantegna. Tale è l’immagine che riesco a rubare allo spiraglio prima che l’anta lo termini.

Fuori dalla porta c’è assoluto silenzio. E tale so che resterà per tutto il tempo che me ne starò lì. Anche se qualcuno passasse lungo il corridoio, o entrasse, non potrebbe profanare quel silenzio. Abbasso gli occhi. Cerco di capire, ma i pensieri se ne stanno rintanati lontano da quel posto buio e silenzioso. Mi sforzo per volere a tutti i costi dare un senso al mio rifiuto di entrare e al mio silenzio. Non gli ho mai parlato in vita, perché dovrei farlo ora? Lo evitavo, perché il nostro primo incontro deve avvenire in una camera mortuaria? Poi penso al silenzio, al suo. A quello, forse voluto, quando poteva parlare e a questo, dovuto. E allora mi dico che forse è meglio così. Che è una forma di rispetto per la vita e per la morte.

Un uomo apre la porta e ho una nuova immagine dell’interno. Mamma che accarezza il viso di papà. Di suo marito. Ma la porta si richiude subito e non riesco a vedere l’espressione nel volto di colei che, apparentemente, è viva. Di sua moglie.

Poi l’uomo esce, e ho ancora una fulminea visione del Cristo. Il ricordo di un dipinto è l’ultimo ricordo che ho di lui. E torna ancora il silenzio.

* * *

I primi rumori che ricomincio a sentire si mescolano con la luce calda che ritorno a vedere. Il capannello è ancora là, ma le voci sono più pacate. Forse è rispetto, o soltanto rassegnazione. Tra le voci che ancora sciamano ce n’è una che si alza al di sopra di tutte. E’ l’urlo disperato di una donna. Non posso più restare.

Faccio per andarmene, quando la folla davanti a me si dirada. Tra i corpi abbronzati c’è una donna in ginocchio. E’ una mamma china sul proprio figlio. L’urlo pian piano si trasforma e diventa prima un pianto strozzato, poi una serie di parole incomprensibili, poi un nome, e infine un abbraccio. Vomitando una boccata d’acqua di mare, il bambino ha ripreso a respirare.

Pomeriggio di agosto in una spiaggia a nord di Roma. Tra colori che diventano pastello, il cielo si gonfia dell’aria nuova del tramonto. Gli ombrelloni si chiudono, il mare si svuota. Mentre riprendo a camminare guardo l’orizzonte. E mi viene da sorridere.

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