Estate con la poesia: 7/ La gioia di scrivere di Wislawa Szymborska

Wislawa-Szymborska-007di Marco Maresca

La parola scritta è figlia dell’esperienza, sorella dello stato d’animo, moglie del bagaglio culturale. Chi scrive porta sul foglio ciò che è, e il suo campo d’azione è necessariamente limitato. Lo scrittore si muove entro i margini di un mondo di cui è abitante e confine. E dittatore assoluto.

Wisława Szymborska, poetessa polacca premio Nobel nel 1996, ha scritto una poesia che è una sorta di manifesto etico dello scrittore. Coerente al suo stile antiretorico e utilizzando quel linguaggio semplice e quotidiano divenuto così popolare anche in Italia, ci parla proprio dell’onnipotenza di chi gestisce le parole trasformandole in letteratura.  

Nei versi che seguono potremmo scorgere segnali di arroganza, di altezzosa presunzione. Credo siano invece il grido di salvezza di chi, avendo scelto di ricondurre il senso della vita alla vita stessa, cerca di prendere la rivincita nei confronti dell’eternità. E in questo trova il senso e la gioia della propria esistenza. Nessuna ricerca di gloria, quindi. Solo la vendetta d’una mano mortale.

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi ad un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola “bosco”.

Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.

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