Come un uccello migratore

corsa in cittàdi Marco Maresca

In una tiepida giornata di aprile, Caterina correva la sua maratona. Tra battiti del cuore, porzioni di strada e pensieri che venivano da lontano, volava leggera seguendo una linea invisibile che congiungeva due punti. Era come un uccello migratore.

Mentre correva, Caterina, sapeva concentrarsi tutta sui battiti del suo cuore. Conosceva ormai perfettamente il giusto ritmo per la giusta andatura del momento. Ascoltandosi, riusciva a prevenire le cifre del cardiofrequenzimetro da polso e a diminuire o aumentare di quel soffio l’andatura in modo che si mantenesse costante.

Poi c’era la strada. Perché ogni battito del cuore era una porzione di strada, combattuta, agognata, sperata. Quindi, malgrado la sua attenzione fosse tutta per i battiti, di riflesso misurava il percorso fatto e quello da fare metro per metro, centimetro per centimetro. Così correva, Caterina. Era il suo modo per conciliare se stessa con il mondo. Per trovare il punto d’unione tra interno ed esterno, tra intimità e ambiente, e farli andare avanti insieme. Era la sua filosofia.

E poi c’erano i pensieri, quelli che investono ogni podista come il vento entro il quale s’invola. I pensieri di Caterina, quel giorno di aprile, venivano da lontano, ed erano pesanti e leggeri come i passi che le avevano già fatto percorrere più di quaranta chilometri.

Mancavano poche centinaia di metri. L’arrivo era al mare, in una località a nord di Roma. Il percorso si era snodato lungo pianure e colline, con salite anche impegnative. Ma ora era quasi arrivata. Il lungo viale alberato che congiungeva la strada statale con il caseggiato era agli sgoccioli e presto avrebbe visto le prime palme.

La folla chiassosa e festante la investì appena giunta sul lungomare. Continuò senza curarsi dei contorni, scivolando tra persone variopinte e stabilimenti scoloriti dal tempo e dal sole.

Tagliò il traguardo. Si ristorò. Mise la medaglia al collo. E coi passi ancora incerti per la fatica andò verso la spiaggia. Camminò per un po’, osservando soltanto i suoi passi sulla sabbia come se stesse continuando la corsa. E, naturalmente, continuò ad ascoltare i battiti del cuore, ora più lenti, ma che percepiva allo stesso modo. E, naturalmente, portò sulla marina i suoi pensieri venuti da lontano.

Poi si sedette, faccia al mare. E restò a guardare l’orizzonte fino al tramonto. Quando un ricordo squarciò di rosso il cielo, trafiggendo anche l’ultimo scampolo di sole. Poi tutto divenne opaco, indistinto, e si convinse di essere definitivamente rimasta sola.

Caterina non si accorse dell’uomo che la guardava da lontano. Che si avvicinò a lei e si sedette al suo fianco. D’improvviso, ai battiti si sostituirono il rumore della risacca e quello, leggero, del vento che proveniva da chissà dove. Ai ricordi, la mano dell’uomo sopra la sua. All’orizzonte, un bacio, tenero, su una guancia, venuto da lontano. Svanì ogni pensiero.

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