Penombra

penombradi Paolo Marcacci

Quant’era che Marta e suo marito erano venuti ad abitare nella palazzina di fronte alla nostra? Un paio d’anni, forse… Il mio balcone al piano terra, che il tecnico dell’agenzia immobiliare curiosamente definiva “giardinetto pavimentato”, aveva aiutato la socializzazione: loro al primo piano, noi lì sotto dall’altra parte del vicolo: i panni da stendere, il gatto che veniva a trovarci, il gelsomino che cresceva a fatica e che lasciava spiragli alla curiosità altrui…Cominciammo a parlare. Di tutto quello di cui si riesce a parlare quando serve per interrompere il silenzio tra te e uno sconosciuto che ti trovi spesso di fronte. Prima o poi smette di essere sconosciuto.

Marta quando non c’era il marito e si trovava in balcone da sola aveva sempre voglia di parlare; oltre a quello che diceva, il linguaggio del corpo esprimeva curiosità, apertura, voglia di condividere, fossero anche soltanto quelle due parole sul tempo che stava per cambiare, in meglio o in peggio.

– Non è che ti piace quella del primo piano? – mi chiese mia moglie, tra il divertito e il curioso. Risposi di no, ovviamente ed era vero, visto che non ho una predilezione per le donne così magre, nervose, con la muscolatura delle braccia esili ben delineata e il seno appena pronunciato. Gli occhi grigi, quelli si, non potevano passare inosservati. C’era sempre una punta non di tristezza ma di malinconia, in fondo al suo sguardo, mentre ci raccontava di come si trovava il loro bambino al nido o del traffico che avevano trovato rientrando dal mare la domenica precedente.

La cosa che veramente mi colpiva, più di tutte le altre, era l’atteggiamento che mostrava quando era presente Daniele, il marito. Uno di quelli che sono esperti di ogni argomento, che hanno sempre una sentenza per concludere qualsiasi discorso e a cui in genere io durante una cena comincio a dar ragione, a prescindere: è il mio modo, forse un po’ menefreghista, per neutralizzarli. Impettito, fisico palestrato, apparentemente aperto e sorridente, in realtà totalmente concentrato su se stesso: un se stesso attorno a cui aveva disegnato su misura sua moglie e stava disegnando anche il bambino; lo si capiva dai discorsi che faceva al piccolo e che si sentivano attraverso le finestre ravvicinate.

Lui e Marta non litigavano mai, ebbe modo di notare mia moglie. Una cosa per noi incomprensibile, visto che discutiamo su tutto, che troviamo il modo di criticarci a vicenda persino su come riempiamo le buste della raccolta differenziata. Ancora più incomprensibile era il fatto che dall’appartamento di Marta e Daniele non si sentissero mai risate, quelle che da noi rimbombano, soprattutto le mie, quelle per cui lei mi accusa di avere ancora tredici anni, quando scaturiscono dalle battute cretine che faccio. Da loro si sentiva ridere solo quando avevano ospiti, perché si sentiva attraverso i muri che Daniele pretendeva di portare in scena ogni volta la famigliola da spot pubblicitario, bella e felice, senza incrinature. Ma più che recitare, c’è da scommettere che dentro di sé si fosse convinto che le cose stessero realmente così e che anche sua moglie non potesse che condividere quell’idea forzata della loro coppia. Forzata come certi sorrisi, come l’atteggiamento di certe situazioni pubbliche, come quella cena a cui dovetti rassegnarmi ad andare.

Mia moglie cominciò a dire che non potevamo trovare sempre scuse, che prima o poi saremmo passati da asociali, che per un giovedì avrei pure potuto rinunciare al calcetto…Per forza giovedì?

Andammo un venerdì, infatti…

Il posto lo scelsero loro, cioè lui, perché dovevamo assolutamente provarlo, disse. Mi lasciai trascinare, come un carrello della spesa, di quelli con le ruote indipendenti, che appena li molli se ne vanno per conto loro…Promisi a mia moglie che per quella sera non avrei guardato l’I-phone: niente cretinate con gli amici, niente notizie, niente risultati dei recuperi del campionato inglese da controllare…

Daniele pretese anche non di consigliarci, ma di imporci i piatti che lui riteneva essere cavalli di battaglia di quel ristorante; mia moglie mi fece capire che era meglio assecondarlo, come si fa con i bambini o con quelli che non vanno contraddetti. Ora, una delle poche cose di cui non sono goloso sono gli gnocchi, da quando mi fecero male da ragazzino. Uno degli accostamenti che invece detesto proprio è quello tra vongole e funghi porcini.

– Qua dobbiamo prendere gli gnocchetti vongole e porcini, imperdibili!- fece Daniele dopo tre minuti, mentre addentavo la focaccia che il cameriere aveva portato ancora prima di prendere le ordinazioni. Sopra le nostre teste volteggiavano porzioni generose di tonnarelli cacio e pepe, riso alla crema di scampi, trenette al pesto e altri due o tre dei miei piatti preferiti.

– Va bene per tutti, sì? – chiese Daniele dopo aver già comunicato al cameriere l’ordinazione e dopo che quello aveva già girato i tacchi. – Li mortacci tua e sua…- pensai quasi ad alta voce…Mia moglie mi guardò come se avesse sentito i miei pensieri…

Marta aveva un sorriso fisso, tirato, d’ordinanza. Si guardava attorno e guardava Daniele ogni volta che lui parlava…Non come le donne innamorate guardano il loro compagno ma come chi aspetta di capire come comportarsi per non deludere il suo padrone. Mi venne in mente proprio quel termine.

La cena terminò con una crema catalana che secondo Daniele dovevamo per forza assaggiare, anche se io avevo puntato la crostata di ricotta per cui vado pazzo ma evidentemente quella sera doveva andare così, per far contento il nostro vicino.
Un particolare colpì sia me che mia moglie, di quella serata: ogni volta che parlavamo con Marta o le chiedevamo una cosa che la riguardava direttamente, Daniele si sbrigava a rispondere per lei. Contro di lei, per meglio dire. Come se non la ritenesse all’altezza di un parere, un’opinione o anche semplicemente di parlare di sé. Già quello avrebbe rappresentato una fuga di Marta dal suo controllo.

Un paio di mesi dopo quella cena, era già estate. Me ne stavo sul letto, bombardato dal condizionatore che mi aveva già paralizzato un gruppo consistente di muscoli facciali, con uno di quegli albi di Dylan Dog che contengono più episodi…Potevano essere le quattro del pomeriggio, forse le cinque…Dall’appartamento di fronte sentii aprire e chiudere la finestra, con foga, come se qualcuno volesse che mi accorgessi della sua presenza. Alzai la testa quel tanto che basta per mettere a fuoco: la camera da letto di Marta. In quel momento era solo sua. Si stava cambiando, in penombra…Stava provando dei vestiti, più che altro, un paio di quelli lunghi, di cotone, leggeri, con i bottoni davanti. Non poteva non avermi visto.

Indugiò, senza mai guardare verso la finestra ma girandosi in modo tale da farsi ammirare mentre apriva il vestito davanti allo specchio e il chiarore della pelle risaltava nella penombra. Il seno era ben disegnato ma non così piccolo come pensavo…Il ventre piatto, i fianchi stretti ma armonici; tutta la situazione era così sorprendente. Innanzitutto per lei. Quello che stava assaporando doveva causarle un piacere unico, ci sarebbe stata delle ore…

Ma non era per me che era lì, non ero io quello che andava provocato…Ero solo il pretesto che aveva trovato.

La sua trasgressione non stava negli occhi di un uomo da provocare, ma nello specchio che le rimandava un’immagine di se stessa come non l’aveva mai vista. Si stava amando, un peccato che Daniele non le avrebbe mai perdonato.

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