Se ci fosse il ragazzo

pescatore al tramontodi Marco Maresca

Camminò per un’ora abbondante. Poi decise di sedersi su uno scoglio. Riprese in mano il suo libro preferito e lesse a caso. Lesse dello stesso mare che ora gli stava davanti, che conteneva gli stessi pesci, e che ispirava a ogni uomo le stesse virtù che ispirava a lui. Lesse di uccelli marini e di barche a remi, di correnti ora favorevoli ora contrarie e di estenuanti nottate solitarie. Lesse ancora di un uomo e di un ragazzo, e della loro fatale solitudine. Lesse della vita e della morte, e dell’accettazione di entrambe. Lesse un po’, finché gli venne voglia di pescare.

Uscì di casa con due canne,una piccola, senza mulinello, per pescare piccoli pesci da usare come esca, e una bolognese da sei metri. Avrebbe mirato ancora alle spigole, ghiotte dei piccoli pesci offerti in pasto tanto facilmente. Catturò una mezza dozzina di cefali e li mise in un secchio pieno d’acqua. Quindi si spostò su uno scoglio avanzato, assicurò alla lenza un grosso amo e vi immolò il primo cefalo, avendo cura di infilzarlo in prossimità della pinna dorsale affinché restasse vivo il più a lungo possibile.

Guardava il galleggiante ondeggiare tra gli spruzzi. Lo guardava fisso, fremendo per ogni movimento improvviso causato dalle onde che si infrangevano sugli scogli. Lo guardava così intensamente che anche chiudendo gli occhi continuava ad averlo davanti a sé. A tratti il cefalo tentava di inabissarsi, portando per piccoli istanti il galleggiante sotto il livello dell’acqua. Ma lui era un pescatore troppo esperto per cadere in simili tranelli. Ben diverso sarebbe stato il movimento provocato da una spigola che avesse abboccato. E la cattura non si fece attendere a lungo. Aspettò il momento giusto e ferrò con decisione. Ancora una volta era un grosso pesce. Ultimamente la fortuna sembrava assisterlo più che in passato. L’azione della canna era precisa, e lui sapeva manovrarla con sicurezza. Ma il pesce, stavolta, era un osso decisamente duro. Tirava che sembrava qualcosa di estraneo a quelle spiagge, tipo un tonno o un delfino. Eppure di una spigola si trattava. In quel periodo dell’anno, e a quella distanza dalla costa, non poteva essere nient’altro. Tirava il pesce, e più tirava più si intestardiva il pescatore. La pesca, certe volte, diventa una questione di principio.

Dopo un quarto d’ora di lotta gli sembrò che la spigola stesse iniziando a cedere. Sentiva il recupero della lenza più leggero e gli strappi più radi. Decise che era il momento di agire con decisione. Recuperò ancora, guadagnando alcuni metri preziosi. Sapeva bene che l’avvicinarsi del pesce era il segno della sua sconfitta. Poi, però, capitò un crampo imprevisto al braccio sinistro. Cercò di resistere al dolore e continuò il recupero spostandosi di lato. Ma il braccio gli faceva male. Provò allora a tenere la canna tra gomito e fianco, nella convinzione che cambiare la presa potesse giovargli. Non giovò a lui, però, ma al pesce, che sembrò capire quello che stava accadendo in superficie. L’animale giocò la sua ultima carta. Ritrovò in un istante la forza che sembrava aver perso per sempre e tirò in direzione del mare aperto. Il pescatore cercò di contrastare come meglio poté, ma il crampo non desisteva. «Se ci fosse il ragazzo mi stropiccerebbe la mano e me lo farebbe scendere giù dall’avambraccio, pensò. Ma scenderà da sé» pensava. Poi sembrò che il pesce fosse diventato improvvisamente un essere dalla forza immane. Con un solo braccio disponibile non riusciva più a imporsi. Tentò di tenere la canna tra le gambe. Si mosse in modo curioso sullo scoglio. Perse l’equilibrio. Cadde. Perse la presa. La lenza si tranciò.

«Sì. Se ci fosse il ragazzo. Se ci fosse il ragazzo» pensò guardando il mare, cercando di seguire il pesce che si allontanava nell’invisibile profondità dell’acqua. Si allontanò anche il dolore, ma ormai non ci pensava più. Restò a guardare il mare. Restò la sofferenza per un figlio che non avrebbe più rivisto

 

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