La grande bellezza. La grande illusione

toni servillodi Diego Vitali

Su La grande bellezza è già stato scritto molto. Sono note le vicende di Jep Gambardella, giornalista di punta di un quotidiano e scrittore di un unico romanzo di culto, in gioventù, in una Roma da Dolce vita, tra mondanità e architetture sacre, Martini e suore, spogliarelliste e cardinali. Un popolo votato all’apparenza e al kitsch, di cui Jep è guru disincantato e leggero, alla ricerca di una profondità, di un’autenticità, che non riesce a trovare sulle terrazze con vista Colosseo.

Ma andiamo oltre.

La grande bellezza è un film sul cinema, sulla sua immensa illusione di potere, sulla sua ipertrofia, sulla sua malinconica decadenza, sulla sua ansia di ricerca, fame di bellezza, di fuga dalla morte. Difficile mettere tutte in fila le palline che Sorrentino lancia allo spettatore. Cita Fellini, Pirandello, Flaubert. La riflessione sullo statuto dell’arte è evidente. Mette in scena il cinema come fosse un teatro, fa indossare una maschera a numerosi attori del cinema italiano (Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Serena Grandi, Isabella Ferrari, solo per citarne alcuni), la maschera di se stessi. Non è Roma l’oggetto oscuro del film, è il cinema. Roma è il cinema. La grande illusione di farcela, di essere famosi, di essere riconosciuti e amati, di sfuggire alla morte, di trovare la grande bellezza, la bellezza della vita, dell’amore. Di catturare quella bellezza in un’opera d’arte, la propria vita, che viene messa in scena ogni giorno. Il corpo di Sabrina Ferilli mentre mima la propria morte, un corpo catturato dalla macchina da presa, un sottrarre attimi e corpi al tempo, per renderli immortali. I corpi e i visi durante le feste, le cene, le statue dei palazzi romani, gli occhi vuoti della santa che compare al termine del film, il suo corpo emaciato, l’unico che vede e che sente.

La grande bellezza è anche un film eccessivo, sotto diversi punti di vista. È come se a Sorrentino fosse sfuggito di mano il tournage, come se la macchina da presa vivesse di vita propria, pretendesse un proprio spazio, un proprio tempo avulso da quello dello spettatore, che non capisce, si irrita di fronte a questo balletto, a questa danza, da cui sembra escluso. Cosa sta andando in scena, davanti ai nostri occhi? Il film ce lo nega, ci priva del piacere di farne parte. Noi non siamo ammessi.

Jep Gambardella è un uomo che ha saputo mantenersi integro, pur nella frequentazione di un mondo decadente e decaduto, a cui appartiene ma da cui sa prendere le distanze, con le armi dell’ironia e della malinconia. Il colpo emotivo arriva proprio nelle fasi finali del film, quando finalmente Jep si decide a rispondere alla domanda che gli viene rivolta per tutta la pellicola: perché non hai più scritto? Perché non ho più trovato quella grande bellezza, risponde. La bellezza del suo primo amore, dell’essere giovani e vivi e palpitanti, pieni di tutte le possibilità aperte, vibranti di desiderio e di dolore. Ma la strada è lunga e va percorsa fino in fondo. Qui si rivela il senso della citazione iniziale dal Viaggio fino al termine della notte di Cèline. Il viaggio dentro il fondo più oscuro dell’umanità, nelle sue pieghe più turpi e grottesche, nella pancia calda e angelica al tempo stesso di Roma, capace di visioni celestiali, di architetture che nascondono corpi di carne e di marmo, visioni mistiche e segreti, sfide che si perdono e promesse non mantenute, e sopra ogni cosa, come in tutto il cinema di Sorrentino, contano gli incontri fatti lungo la strada, il realismo del totalmente inverosimile.

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