Questa è una storia vera

villaggio africano donna con bimbodi Marco Maresca

Questa è una storia vera. E lo è non tanto perché i fatti raccontati sono realmente accaduti, ma perché solo le storie vere sanno mostrare sentieri talmente concreti da riuscire a condurci la vita intera. A me è successo proprio questo, e lo voglio raccontare. Perché condividere è vivere oltre se stessi. Lo farò allo stesso modo di come racconto le storie che immagino. Soltanto che questa volta non sarò seduto dietro una scrivania.

Era l’estate del 1999 e mi trovavo in Togo, nel cuore dell’Africa sub-sahariana. Da un mese vivevo a Kouvé, un villaggio sperduto nella savana a una settantina di chilometri a nord dalla capitale Lomé. Con la mia compagna avevamo deciso che era arrivato il momento di renderci conto personalmente di come andavano le cose in quella porzione di mondo che fino ad allora avevamo solo letto sui libri o visto in televisione. Così eravamo partiti, un po’ spavaldi e un po’ sprovveduti. Nelle nostre valigie mettemmo qualche libro, una zanzariera, i nostri trent’anni e l’innato comune desiderio di voler fare sul serio qualcosa per gli altri.

In lingua ewé la parola Kouvé significa valle della morte. E certo, una delle prime cose che ho capito vivendo in quell’angolo nascosto di mondo è che la morte, per quegli uomini e quelle donne, fa parte della vita. Allo stesso modo di come si mangia, si beve e si fa l’amore, così si muore. Non c’è niente di strano, niente di cui aver paura o contro cui lottare. E’ soltanto uno dei tanti pezzi che compongono la vita. Così, può capitare, come mi è capitato, di vedere una madre mentre porta in braccio con regale contegno il proprio figlio appena nato, appena morto di tetano. Oppure di vedere una nonna dignitosamente austera, che già aveva perso la propria figlia a causa della malaria, mentre ascolta il verdetto finale di un medico che, demolendo ogni speranza di guarigione del nipote orfano da un coma provocato dalla malaria, gli annuncia la fine prossima del piccolo.

Storie così turbano all’inizio, poi la prospettiva cambia. Non che ci si rassegni, ma si prende atto della naturalezza della morte.

Una mattina mi trovavo nella sala di accoglienza del centro medico sociale di Kouvé. Stavo aiutando delle madri a compilare i loro carnet de santé. Ad un certo punto entrò senza fretta una donna seminuda. Lo sgargiante tessuto che le copriva il grembo strideva non poco col suo seno rinsecchito e coi capelli scoloriti che tradivano un evidente stato di malnutrizione. In braccio aveva un bambino ancora più magro di lei. Sembrava dormisse. Mi colpì lo sguardo smarrito della madre, come di chi vuole capire e non possiede gli strumenti per farlo. Vedendo che ero un bianco, naturalmente venne da me. Non parlava il francese, per cui dovemmo intenderci a gesti. Capii immediatamente che il problema riguardava il figlio.

Dopo aver chiamato il medico di turno, la feci accomodare nella prima stanza vuota del lungo corridoio degli ambulatori. Il medico arrivò con la tipica calma di chi sa che aumentare il passo non serve a niente. La squadrò per qualche istante e alla fine le chiese, in ewé, cosa era successo.

Parlarono alcuni minuti. Il medico le fece ancora delle domande. La donna rispose col solito sguardo smarrito. Poi porse al medico un flacone contenente una polvere bianca. Seguirono poche parole pronunciate a denti stretti. Alla fine lei si alzò e, così come era entrata, se ne andò. Nessun saluto, nessun cambiamento nell’espressione.

Il medico, scuotendo leggermente la testa, mi guardò con occhi seri. Mi disse che la donna, analfabeta, si era rivolta al mercato nero per acquistare una medicina per il figlio, affetto da diarrea. Acquistato il flacone, non poté naturalmente immaginare che ciò che le avevano venduto era tutt’altro che un antidiarroico. Che aveva dato al proprio figlio, per curare una semplice diarrea, un veleno per insetti. Che il bambino era morto da due giorni. Che solo adesso, dopo il verdetto ufficiale, lo avrebbe seppellito.

Dopo qualche tempo tornai in Italia, lasciando quel villaggio che, successivamente, avrei rivisto più volte. Meditai a lungo su quanto avevo visto e appreso, e anche sul poco che ero riuscito a capire. Tante volte mi tornò in mente lo sguardo smarrito della donna analfabeta e quello, inerme, del medico che le aveva detto come era morto suo figlio. Il primo istinto fu di ripartire immediatamente, di fondare un’associazione, di raccogliere fondi per la costruzione di scuole e di farmacie, di cambiare quella società dove un figlio può morire per l’ignoranza di una madre che non può leggere l’etichetta di un flacone. Quando si tocca con mano l’ingiustizia, sgorga prepotente l’obbligo interiore di porvi rimedio.

In breve, però, mi resi conto che la mia ingiustizia era il culmine di una serie di ingiustizie in cascata che, alla fine, mi sommersero completamente lasciandomi in uno stato di profonda frustrazione. L’analfabetismo, infatti, non era che una delle tante calamità che affliggevano quel mondo. Le altre avevano il nome di miseria, mortalità infantile, malnutrizione, deforestazione, sfruttamento dei paesi poveri, emigrazione, multinazionali senza scrupoli, politiche di sopraffazione. E chi più ne ha più ne metta. Cosa fare allora?

Fu la verità della mia storia a togliermi dallo stallo. Era un freddo mattino dell’inverno del 2000. Mi alzai controvoglia pensando che non ero molto preparato per quel concorso. Mi alzai lo stesso, però. E andai alla prova scritta. Confondendomi tra centinaia, forse migliaia, di candidati, mi sedetti nel posto indicato. Scartai la busta che conteneva la traccia del compito. Lessi la traccia, e mi resi conto subito che avrei potuto scrivere qualcosa. Improvvisamente, fu tutto chiaro. Fu come essere folgorati sulla via di Damasco.

Io ero lì, in mezzo a una folla di giovani pieni di speranze. Ero nel posto in cui dovevo essere. Mi trovavo, non dentro una miriade di possibilità più o meno (ir)realizzabili, ma nell’unico luogo che la vita mi indicava concretamente. Tutto il tempo passato fino a quel momento era stato una coerente preparazione per quello che sarebbe venuto dopo. Non potevo non prenderlo in considerazione. In quell’istante, avevo davanti l’unica prospettiva che avrebbe potuto adattarsi a me. L’unico modo concreto per dare vita a un impegno tanto agognato. Immediatamente, capii che era proprio quello che volevo. Sarei diventato insegnante, e avrei insegnato con passione. Avrei iniziato cambiando, forse, non il mondo intero, ma appena quel mondo in cui la vita mi aveva posto.

Tutto il resto venne da sé. Fondai, con altre persone reduci come me da un’esperienza nel Sud del mondo, un’associazione e ne divenni presidente dalla prima assemblea. Iniziai a raccogliere fondi per la costruzione di scuole e farmacie. Cambiai, forse, non il mondo intero, ma appena quella società dove un figlio può morire per l’ignoranza della madre.

Feci tutto con passione. E lo faccio ancora. Ecco perché è una storia vera.

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