Il vecchio e la stella

Weavers-Grave-Classic-Irish-fiction-Seamus-Okelly-9780862781521Come è possibile far convivere nella stessa pagina il mistero e l’ordinario, la materia e il desiderio? E’ una qualità molto irlandese per cui ci vuole una penna molto irlandese come quella di Seamus O’Kelly. L’autore, morto nel 1918, ci ha lasciato una serie di racconti, il più bello dei quali è La moglie del tessitore, una storia mesta e frizzante che muove dalla ricerca, nel cimitero del paesino locale, dello spazio dove seppellire l’ultimo tessitore appena scomparso. Siccome la conoscenza dell’ubicazione delle tombe dei tessitori è oramai appannaggio esclusivo dei grandi vecchi del paese, viene realizzata una spedizione sul posto in cui tre giovanotti sopra i settanta fanno da ciceroni ai becchini intrecciando ricordi e memorie intessuti tra di loro come perfette storie. Il punto che però ci interessa qui è un momento apparentemente discosto dal nucleo della trama, un momento in cui la vedova, ancora giovane, si sofferma a guardare  l’enigmatico gesticolare di uno dei vecchi (traduzione mia)

Il volto del vecchio si sollevò con un impeto contro il cielo, tanto che gli occhi della donna, anche loro, si misero a frugare la volta celeste. Al di sopra di uno squarcio di rosso, verso occidente, c’era una stella, una sola stella che luccicava così vivace e fresca come forse mai era capitato prima. Per quanto ne potesse sapere la donna, si trattava forse di una stella giovanissima, che faceva capriole di gioia per il cielo, la gioia di un bambino.  Era proprio quella stella, pensò, che il vecchio stava fissando.  Lui era anziano, molto, e la stella era molto, molto giovane. E allora, nella postura di quel volto non c’era forse una protesta rivolta a quella cosa lassù, del cielo? Eh sì, perché nello sfarfallio di quella luce c’era come una beffa irriverente sferzata sulla faccia di lui.

Perché una stella doveva rimanere giovane per sempre, e il volto dell’uomo invecchiare così presto.  L’uomo non dovrebbe essere più grande di una stella? La donna non riusciva a capirlo per bene, ma qualcosa nella scena la inquietava. Aveva l’impressione di aver colto il vecchio in uno di quei momenti in cui un uomo si solleva al di sopra dei luoghi comuni dell’esistenza, come fosse prostrato di fronte ad un altare, nelle doglie di un tormento mistico. I vecchi sono molto, molto strani, lo sapeva, e si domandava allora dove fosse in quel volto stirato contro il cielo, dove fosse quel qualcosa che lo rendeva grande come una stella o forse immortale, più di qualsiasi stella.

Improvvisamente Lynskey fece un movimento. La vedova lo vide con chiarezza. Vide il suo braccio levarsi, la mano protendersi, con le sue dita contorte, in uno, due tre, scatti secchi in direzione della stella.  Si alzò in piedi a guardarlo. E quel movimento le parve così familiare, domestico, personale, e ora perfettamente comprensibile. Capì che il vecchio Lynskey non stava pensando a nulla di così grande. Dopo tutto era solo un fabbro. E guardare quella setlla del crepuscolo luccicare nel cielo gli aveva fatto pensare semplicemente alla sua officina, ai metalli, al fuoco alle scintille, a quel ferro rosso di calore dal quale traeva i suoi chiodi”

Un gesto che può essere letto in modi polarmente opposti. Un’interpretazione mistica e una assolutamente prosaica. Ma il pallino è nelle mani del lettore: sicuramente, ci fa intrendere O’Kelly l’intento del vecchio è meccanico, fisiologico, spontaneo, ma c’è qualcosa negli occhi di chi lo guarda che lo fa pensare ad altro, che sottintende altre spiegazioni, altri desideri, forse. Il desiderio di durare, di essere qualcosa in più di un sasso luminoso sulla volta del cielo. E le due cose rimangono; forse è solo immaginazione sperare in qualcosa di più, ma perché l’immaginazione esiste? Questa è la domanda che la letteratura schiude quando è ai suoi massimi come in questa pagina.

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