Un “malincomico” Troisi

Troisi film

di Elvio Calderoni

C’è un film imperfetto, un film caldo (di luci ancor prima di emozioni) che non è stato il massimo successo del suo autore, nonostante l’uscita a Natale: Le vie del Signore sono finite di Massimo Troisi. Il cineasta napoletano, fin dagli esordi, si caratterizzò per i “tempi lunghi” tra un’opera e l’altra, tanto da intitolare Scusate il ritardo il suo secondo lungometraggio (immagino il pressing della produzione dopo l’enorme successo di Ricomincio da tre). Qui siamo alle prese con il suo terzo film (tralasciando l’unicum di Non ci resta che piangere in coppia con Benigni), il primo, e ultimo, in costume, ad affrontare, come dissero molti critici, un’epoca difficile come quella del fascismo.

Un fascismo per niente da barzelletta, con tensioni vere, sia pure stemperate nel mare di battute afasiche che hanno reso celebre il suo autore, ed una raffinatezza che oggi è impossibile non vivere come rimpianto. Chissà in quali altre epoche ci avrebbe portato Troisi se ne avesse avuto il tempo, chissà in quali altri modi avrebbe manifestato il suo “essere di sinistra” (così disse ai tempi dell’uscita del film, 1987), le sue profonde riflessioni su destino, amore, amicizia, incanto e condivisione di valori. Non è stato uno scherzo il suo contributo al cinema italiano, come poteva sembrare agli inizi (cabaret filmato, tuonò qualcuno!), ma un punto di vista coerente e in crescendo, sia come stile che come approfondimento dei contenuti.

Molte le sequenze che rimarranno nella storia: dal treno verso Lourdes in cui il protagonista, paralitico psicosomatico, incontra l’amico della sua vita (un giovane che si diverte a scrivere poesie e col quale intratterrà un rapporto che è un’anticipazione del legame tra il postino e Neruda del suo ultimo film) al pestaggio delle squadre fasciste fino ad un finale beffardo seppur pieno di speranza in cui Troisi, spostando la scena dall’Italia a Parigi, reincontra Jo Champa su una panchina. Storia d’amore sfumata, eppure profonda, viva, palpitante. Una sorta di “coscienza di Zeno” spiazzante rispetto al passato di Troisi ( che ci fa Troisi in carrozzella, nel ventennio fascista, a parlare di psicanalisi e malattie psicosomatiche? ) Il tutto sotto il fuoco incrociato delle note di Pino Daniele a suggerire uno sfasamento cronologico davvero inedito. Son passati 26 anni ma il film è intero, intatto, nella sua sequenza di emozioni, sospeso, quasi rarefatto, “malincomico”, come all’epoca si usava tanto dire…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...