Tante storie? Forse troppe…

gente-che-cammina-in-citta-vector-illustrationAll’epoca, parlo degli anni ’70, quando confidavi a un amico che ti piaceva una canzone, partiva puntuale e diretta la domanda ‘ma c’è il messaggio”? Oggi di fronte a un’identica confidenza, allargata anche ad altri generi di comunicazione artistica ti sentirai rispondere: ‘ma c’è la storia’?
Parola magica, segno di un progressivo smottamento culturale dal senso alla sensazione, dal verticale all’orizzontale, dall’interiorità all’intreccio. Nei giorni scorsi, in apertura del festival cagliaritano ‘Leggendo Metropolitano’ Andrea Bajani ha ipnotizzato un folto pubblico parlando di storie da prestare, da vendere, da condividere; Clara Sanchez qualche ora più tardi ha sedotto i medesimi astanti: “siete tutti potenziali personaggi, avete dentro tutti tante storie”

Tante storie? Troppe storie. Qualche anno fa al festival di Mantova Alessandro Baricco, addossandosene in prima persona la responsabilità lo aveva affermato chiaramente: non è possibile connotare ogni messaggio con la parola storia, disse più o meno sentendosi quasi personalmente chiamato in causa a fronte del dilagare di spot pubblicitari che promettevano ‘storie di frutta’ o storie di caffè’. Antonio Pascale ci aveva poi avvertito del rischio di perdere addirittura la concretezza di certe realtà e notizie del mondo che ci circonda provando a intesserci sopra il vestitino di una storia ben congegnata.

Mi spiego: ci mancherebbe che il nocciolo di un racconto non fosse (anche, ma non solo) la presenza di una storia! Ma quello che stride è la quasi totale indifferenza da parte dell’entourage editoriale rispetto al resto delle qualità di un’opera e il relegare i valori di stile, lessico, poetica, profondità introspettiva ad una cerchia sempre più ristretta di fruitori che finiranno per risultare marginali e irrilevanti. Se dobbiamo conquistare anche il pubblico di un festival letterario (che si suppone predisposto al buon uso dell’immaginazione e non solo al fascino dell’autografo di un buon organizzatore di trame da apporre sulla propria copia) a colpi di colpi di scena, vuol dire che il margine di presenza della letteratura da gustare (anche, ma non solo) per il suo valore di scrittura, di apertura di squarci sull’essenza della natura umana, si restringe inesorabilmente.

Per le storie, possibilmente nere o pruriginose bastano e avanzano le cronache, quello che si richiede a un’opera letteraria è molto altro e non da oggi. Nell’Iliade succede pochissimo e anzi la storia che non ha conclusione né una trama da mozzare il fiato è al fondamento della nostra stessa esistenza di uomini prima che di lettori. Ci struggiamo per Ettore non per il duello che sta per perdere, di cui già immaginiamo l’esito, ma per le parole e i non detti, i sorrisi e le lacrime trattenute rivolti ad Andromaca e al figlioletto in una scena che non ha nulla per garantire un buon incastro narratologico ma ha tutto per scendere nell’interiorità di chi vi si immedesima.

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