La mia ‘meglio gioventù’

la meglio gioventùdi Elvio Calderoni

“La meglio gioventù” è il film che faccio vedere ad ogni secondo anno di medie. Sei ore. Suddivise in due atti. La portata emotiva della pellicola fa superare ogni lunghezza e parla al cuore dei dodicenni come trasmetterebbe l’intero delle potenzialità della vita umana ad un uomo ( e ad una donna, ovviamente! ) adulto.

Il film di Marco Tullio Giordana iniziò il suo cammino a Cannes per poi essere distribuito nelle sale ( nonostante una destinazione che sulle prime doveva essere televisiva ) giungendo ad un successo sì contenuto ma dal gradimento eccezionale.

Il regista, con l’ausilio degli sceneggiatori doc Rulli e Petraglia, costruisce un affresco magnifico attraversando 35 anni circa di storia italiana, mescolando famiglia, terrorismo, mafia, ideali traditi, ideali in cui credere ancora, rapporti irrisolti, follia, fughe, spostamenti, amori.

La frase finale “tutto quello che esiste è bello” basta da sola a proporre “La meglio gioventù” nelle scuole, ma c’è molto di più:
c’è l’idea di un cinema che possa passare accanto alla realtà, raccontarla, reinventarla, spingere verso sentimenti ed ideali, slanci e azioni epiche ( l’epica del sentimento che in Italia Giordana ha raccontato così bene anche nei “Cento passi” ). Sono personaggi, come si diceva una volta, che vorresti portarti a casa, saperne di più ( sei ore sembrano non essere sufficienti ), averli come amici e confidenti, consegnarti del tutto nelle loro mani, dir loro un segreto.

La famiglia Carati è un po’ il paradigma della famiglia italiana che, dopo il boom economico, si trova alle prese con figli in viaggio ( per lavoro, per idea, per elezione ), lontani anche tra loro, diversi per cammino e consuetudini, per esperienze di vita e scelte di campo. Un’Italia bellissima, in cui, appunto, si poteva scegliere ed essere scelti, in cui il merito somigliava poco all’utopia e forse anche il dolore, oltre alla felicità, era più vissuto. Più intenso.

Ma non è un “come eravamo” l’intento di Giordana, è molto molto di più: è raccontare il nostro paese, universalmente e personalmente ( l’unico modo ? ), sotto la lente, deformante, dei due fratelli Carati, Nicola e Matteo, legati da un rapporto forte quanto paralizzato, influente e distante.

E poi i luoghi: la Sicilia devastata dalla mafia, la Torino della rivoluzione studentesca, la Roma ( Prati? ) migliore dell’impegno e della civiltà, la Toscana del rifugio e del ritorno al privato, alla campagna, al casale come punto d’arrivo di un’esistenza malconcia, forse, ferita, ma pur sempre tendente al bello, al bene.

Sì, se si vuole portare il cinema a scuola, la realtà, l’Italia, i valori e i sentimenti, “La meglio gioventù” diventa un titolo irrinunciabile, capace di commuovere, indignare, intenerire dalla prima alla centesima visione ( io, per ora, sto solo sulle venti…)

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