A lezione di scrittura creativa…con le fiabe

cropped-alsfeld-1.jpgL’incipit, il superamento del complesso della pagina bianca, la descrizione di un contesto, l’effetto sorpresa, l’attacco straniante e che a poco a poco svela l’essenza della narrazione. Quante possibilità e quanti rischi per iniziare un racconto, per mettere a punto l’impressione che la nostra storia farà sul lettore… E il più delle volte è un lavoro elaborato, su cui si torna spesso, del quale ancora più spesso si finisce per non essere soddisfatti.
Perfino in una fiaba, in una storia semplice e lineare come Il principe ranocchio dei Grimm si comprende quanto lavoro di cesello ci sia stato per raggiungere la perfezione. Se infatti confrontiamo le diverse edizioni della fiaba, entriamo nel laboratorio creativo dei due fratelli, con qualche indicazione per come raggiungere l’effetto desiderato lavorando sugli ingredienti essenziali della trama, ma soprattutto sulla lingua.

Il metodo Grimm sta anzitutto nella costruzione, con gli strumenti della lingua, di una magia tutta filo-logica, razionale eppure come fatata. La ricerca di questo effetto a suo modo magico, si può ravvisare ad esempio nei tre diversi incipit di quella fiaba. Nella prima versione, quella del 1812, l’inizio è giusto una porta di ingresso sulla storia. Sbrigativo, quasi fosse una formalità, senza cura per l’atmosfera.

C’era una volta la figlia di un re, che andò nel bosco e si sedettevicino a una fontana d’acqua fresca. In mano aveva una palla d’oro, che era il suo gioco preferito. La buttava in alto e la riprendeva nell’aria, e così si divertiva

Già nella versione del 1819 la caratterizzazione trova qualche spunto e qualche particolare in più. Il ritmo prende a dilatarsi, ma i passaggi sono ancora molto meccanici.

C’era una volta la figlia di un re, che non sapeva che fare per la noia. Allora prese una palla d’oro con la quale aveva già spesso giocato e se ne andò nel bosco. Lì nel mezzo del bosco, c’era una fontana limpida e fresca, vicino alla quale si sedette, gettò in alto la palla e la riprese, perché questo era il suo passatempo.

Ed ecco quella definitiva, l’ultima versione datata 1857. Qui la mano di Wilhelm ha raggiunto al perfezione di quello che sarà il ‘marchio’ Grimm, la norma per chiunque scriverà fiabe da allora in poi.

Nei tempi antichi, quando il desiderio era ancora d’aiuto, c’era un re le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che perfino il sole, che pure ha visto tante cose, sempre si meravigliava quando le brillava in volto. Vicino al castello del re c’era un gran bosco tenebroso e nel bosco, sotto un vecchio tiglio c’era una fontana: e nelle ore più calde del giorno, la principessina andava nel boco e sedeva sul ciglio della fresca sorgente; e quando si annoiava prendeva una palla d’oro, la buttava in alto e la riprendeva; e questo era il suo gioco preferito”

Qui siamo davvero entrati gradualmente nel ‘senza tempo’ della fiaba. Le prime righe sono come dei gradini, e dentro ci attende l’altra dimensione, dove ‘ancora è efficace il desiderio’. Ci son più elementi, il lettore si abitua gradualmente a visitare quel paesaggio a vivere dentro il suo mistero. La storia si sviluppa di frase in frase e la congiunjzione ‘e’ che le lega non crea gerarchie tra le espressioni ma le accumula una sull’altra avvolgendo personaggi e concetti.

Lo stesso ritmo ipnotico, incantatorio ottenuto con la congiunzione all’inizio di ogni frase, si ritrova in un altro capolavoro di sospensione come l’incipit di Biancaneve, anche qui nella versione finale del 1857

Una volta, nel cuore dell’inverno, mentre i fiocchi cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva, seduta accanto a una finestra dalla cornice d’ebano. E così, cucendo e alzando gli occhi per guardare la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, che ella pensò: “Avesi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!” Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue, e dai capelli neri come l’ebano; e la chiamarono Biancaneve. E quando nacque, la regina morì

Frasi semplici ancora una volta senza subordinate, ed ognuna è articolata in modo elementare, c’è un grande uso delle ripetizioni, anche queste a scopo incantatorio, ipnotico, ancora più evidente quando la ripetizione è relativa a colori primari o a un non colore come il nero. Tutto il testo evita le sfumature, ‘il nero è nero’ il rosso si taglia sul bianco, la morte segue la nascita. Domina un senso di esperienza primaria, di stupore infantile di fronte a una realtà immensa, austera, colossale. Per rinforzare l’idea di arcaicità Grimm usa la tecnica dell’allitterazione, normativa nei poemi epici germanici, lavorando sulla consonante ‘f’ Flocker per fiocchi fallen per cadere Feder per piume.

Così può riassumersi allora il metodo Grimm: lessico popolare, struttura elementare, sintassi e ritmo incantatorio, elementi stilistici e della narrazione mutuati della poesia medievale che così bene conoscevano e che così perfettamente conserva quell’idea di antichità, di autorevolezza proveniente da un passato profondo che vale per loro come ‘autenticatore’ dei motivi, dei temi, delle storie stesse.

E a proposito di medioevo, c’è un’altra particolarità nell’incipit di Biancaneve nella quale si legge lo zampino dei filologi. Nella primissima stesura della fiaba, che risale a prima della pubblicazione della prima edizione, ae cioè a un manoscritto redatto attorno al 1807, a proposito del sangue si legge ‘numerose gocce’ che poi nel testo ‘ufficiale’ diventano tre, esattamente come nel Parzival, celebre poema medievale sulla ricerca Graal, in cui il protagonista prima di un duello ne vede proprio tre sulla neve. Il fatto che questa correzione non sia casuale è confermato dalla doppia sottolineatura a matita rossa di questo preciso passo del poema nella copia posseduta da Wilhelm Grimm e oggi conservata nella Biblioteca universitaria di Berlino.

E’ un’erudizione appassionata, partecipe e selettiva; il bagaglio di dati, quella montagna di evidenze accumulate che a volte confondevano gli interlocutori, nella testa di Grimm sono un reticolato perfetto di riferimenti, una dimostrazione dell’efficacia della filologia per la creazione di un mondo di storie. Il dispiegarsi, come abbiamo visto, della forza del significato originario che si articola nella storia, sia nelle creazioni popolari sia nei testi colti che in questo uso dei fratelli perfettamente si sposano.

Questa tensione fecondissima tra filologia e creatività, tra rigore e incanto ha accompagnato tutta la vita dei fratelli e ne ha segnato le discussioni teoriche fin dall’inizio, come testimoniato da una lettera di Jacob indirizzata a Savigny, il loro maestro ai tempi dell’Università a Marburg.

“Non posso dimenticare di informarvi circa i lavori che abbiamo in mente di scrivere. Su alcuni punti non siamo d’accordo e le nostre discussioni al propoito sono senza fine. Riguardano il processo di modernizzazione dell’antica poesia che Wilhelm ritiene possibile e necessario per mezzo della semplice traduzione e che io invece considero del tutto irrealizzabile”.

Discussioni senza fine che mai però minarono il rapporto di confidenza assoluta, di simbiosi tra i due. Come scrive ancora Jacob, molti anni dopo, nel 1860 ‘nei primi anni di scuola ci accolsero uno stesso letto e una setssa cameretta, lavoravamo seduti allo stesso tavolo (…) in seguito abbiamo avuto due scrivanie e due stanze, ma fino alla fine abbiamo lavorato sotto lo stesso tetto, in indiscussa e indisturbata comunità di tutto, dei nostri averi e dei nostri libri”.

Sulle fiabe comunque sarà Wilhelm a prevalere e a consegnare ai posteri questo prodotto ibrido, un prodotto diverso e uguale dalle storie originali, fedele nello spirito agli intenti delle origini, un ponte levatoio verso quell’oscura età di passaggio tra paganesimo e cristianesimo dove condurre i lettori di ogni tempo educando la loro immaginazione graze all’immersione in un mondo di elementi primordiali, di fiducia e astuzie, di paure, incantesimi ed eroismi, di soccorsi improvvisi e maledizioni da neutralizzare, di spazi sterminati che restano ignoti per una vita ma si possono percorrere in una sola giornata. Un mondo di possibilità, dove al bosco più impenetrabile fa seguito una radura di sole che si apre come la speranza nella notte più tetra. Un mondo che solo così forse poteva essere comunicato. Se Wilhelm non avesse” rivisto e rilavorato i testi – scrive lo studioso americano Donald Ward – solo un gruppetto di studiosi di folklore e di narratologia oggi li ricorderebbe”. Ma per fortuna le cose sono andate come sappiamo.

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