Io che amo solo… la letteratura

scrittori a torinodi Elvio Calderoni

Cifre sconfortanti, la crisi che avanza, l’editoria a un punto di stallo, empasse socioeconomico, e-book contro la carta, il digitale contro una posizione ( il libro cartaceo ) che sembra quasi passatista. Ma non è questo il punto.

C’è un altro problema, forse. Ed è raffigurabile con una vite. La letteratura che si avvita su sè stessa, perdendo così la vita stessa e la possibilità di attaccarsi alla realtà. Due esempi: negli status di molti scrittori italiani, in questo mese, scrittori, sia chiaro, anche validi e preparati, ho letto, qua e là, per l’appunto dai social network, frasi come: “Si va a Torino. Come tutti”, ovviamente alludendo all’appuntamento del Salone del Libro.In quel “come tutti” ho visto un mondo di scollamento e di autoreferenzialità che potrebbe essere una delle concause della crisi di vendite dei libri, italiani e non.Partiamo da qui, riproviamoci: come tutti no. A Torino ci vai tu, i tuoi amici, quelli come te, probabilmente qualche “lettore forte”, ma non quello che dovresti individuare come il tuo pubblico.

Non basta prendere l’autobus come Zavattini, De Sica o anche, in tempi più recenti,  Verdone, ma sforzarsi di scendere dal carrozzone dell’editoria e puntare all’essenziale. Mimetizzarsi? Forse sì, ma per giungere a contenuti più personali ed universali al tempo stesso.
L’altro esempio: uno come Luca Bianchini, che si ciba di tutto ( radio, giornalismo, musica, cinema ), spaziando di codice in codice, frequentando ambienti diversi, probabilmente non direbbe, e non ha detto, “come tutti”. E la riprova è il suo ultimo romanzo, l’appena uscito Io che amo solo te, che rispecchia appieno questo stato di cose.
E’ un romanzo che possiede il dono della comunicativa, che non si imbriglia in tecnicismi e finezze autoreferenziali, ma ricrea un mondo che conosce benissimo divulgandolo, a livelli diversi, per ogni potenziale lettore. Arrivando al cuore. Delle parole, delle cose, della gente.
Presumo ( è una presunzione, va da sè) che chi storce la bocca di fronte a Bianchini, l’abbia fatto, in tempi diversi, anche per Enrico Brizzi o addirittura per Pier Vittorio Tondelli.
La comunicativa è una dote che ha sempre fatto paura, soprattutto a chi non ce l’ha. La semplicità, intesa come essenziale ( e qui citerei Marco Mengoni tanto per far impallidire di mancata autoreferenzialità tutti gli autoreferenziali! ), è dote rara. Quindi no. Non tutti vanno a Torino. C’è chi vive a Polignano a Mare e Torino se la sogna, ma probabilmente prende in mano il libro di Luca Bianchini e si commuove.
Perché, e non mi sembra sia un calcolo o un artificio, Luca sa arrivare all’anima delle persone, dove la leggerezza non è mai superficialità.
E parafrasando un notissimo “venditore” on line che suggerisce,per ulteriori acquisti, per altre letture “chi legge questo, legge anche quello”, trovatemi altri scrittori italiani con questo dono, per nulla irrilevante; quello della comunicativa, della voglia di uscire dalla finestra della letteratura per poi rientrarvi dalla porta principale.

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6 pensieri su “Io che amo solo… la letteratura

  1. Quello che amo di Elvio Calderoni è che questa comunicativa lui ce l’ha, e forte, e può perettersi il “lusso” di dare risalto a quella degli altri. Io ci sono andata Elvio, “a Torino” come dici tu, perché per me era una prima volta. Ma tu hai ragione, l’auoreferenzialità dilaga, e spesso, troppo spesso, non ha nulla a che fare con la letteratura.

    • anche se talvolta qualcuno riesce a penetrare il fortino. Pensa al caso di Mariapia veladiano, che fino a tre-quattro anni fa era semplicemente una preside e poi, grazie alla qualità della scrittura e nient’altro finale dello Strega ed editoriali su giornali di diversissimi orientamenti politici. ogni tanto qualche rondine prende il volo!!

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