Una famiglia musicale

fammusicale4di Paola Segurini

Ecco qui, un’altra famiglia, meno numerosa della precedente, ma comunque cospicua in numero e caratteri. Ritratti intorno al 1938, i B. di cui mia madre Anastasia è la secondogenita. Nell’immagine è la seconda, dietro a Camillo, di qualche anno più grande, e accanto alla nonna Ida, che in grembo tiene Maria Assunta . Il bimbo con la pettorina è Nando e l’uomo è Giovanni (detto Nane o Giovanin), per 8 lustri  organista – come suo padre –  sarto da uomo e barbiere di un piccolo paese sulle colline di Conegliano Veneto. Le mansioni ricoperte da mio nonno sono elencate in ordine di importanza. E’ la musica infatti il motivo conduttore dei miei ricordi da parte materna. Con i miei genitori vivevamo a un centinaio di chilometri di distanza (eh sì erano emigrati a nord della regione, sulle montagne!), e ci recavamo in visita alla famiglia in occasione di feste comandate, tradizionali o familiari. Due erano le stanze fondamentali (oltre alla cucina e alla sala da pranzo) della casa: la ‘botega’, ovvero l’ambiente – vietato ai bambini perché denso di pericoli, come la preziosa macchina Singer e i ferri da stiro pesantissimi – dove i nonni cucivano, e il tinello, in cui troneggiava un pianoforte verticale. Lo strumento era il vero re della casa. Da lui partivano gli ordini di cantare, ballare o ascoltare. Per me era un fantastico mobile sonoro, oltre che magico e inquietante, come l’intera sala che lo ospitava. Perché? Sulla parete sopra il piano si stagliava bello, grande e rassicurante, il classico ritratto di Verdi, mentre sul ripiano riposava un vezzoso busto di Mozart. Fino a qui niente di male! Ma  poi c’era la maschera mortuaria di Beethoven! ludwig-van-beethoven-200

Si trattava di una riproduzione in gesso del volto del grande tedesco, montata su un fondo di legno e appesa sulla parete a cui era appoggiato il piano,  in modo da ispirare chi lo suonava. A me faceva una gran paura –  “e poi, se era sordo, nonno,  come faceva a sentire la sua musica? ” – forse perché qualcuno mi aveva spiegato cosa riproduceva senza ricorrere  a parole adatte alla mia età. Forse perché sono sempre stata piuttosto impressionabile. Forse perché andava accoppiata alle prime quattro poderose note della Quinta, che Nane mi suonava per farmi capire la potenza dei tasti bianchi di destra e, oso dire col senno di poi, per spaventarmi un po’.  E magari ci aggiungeva – con una potente voce di basso – un ‘Orpo de Bacco!’, espressione che utilizzava all’apice dell’arrabbiatura per gli sconvolgimenti apportati dai nipoti all’ordine meticoloso delle aiole.  Su richiesta (chissà quante volte, poverino), ci suonava la Marcia Nuziale o la Marcia Funebre di Chopin o la Toccata e Fuga di Bach (La Sol La..Sol Fa Mi Re Do Re… precisava mio cugino, forte del suo orecchio assoluto – che, insieme alla sorella, lo distaccava dal genero umano comune di noi bambini).  Che emozione salire per una scaletta stretta fino a quella specie di terrazzo in cui stava l’organo della chiesa e vedere il nonno suonare, fare smorfie strane, tirare quegli strani pomelli e muovere i piedi con stupefacente abilità.  Quando è mancato – la notte di Natale del 1975 , era nato nell’anno Novecento, – la marcia funebre l’ha suonata suo figlio, e quando è mancato quest’ultimo, suo figlio. Mio zio era infatti compositore e insegnante al conservatorio di Venezia, mio cugino è stato direttore, oltre che docente di pianoforte principale, al medesimo conservatorio ed entrambi hanno sposato donne avvezze ai bemolle e avuto proli suonatrici.  Ecco perché la famiglia B. la definisco musicale: le  note l’hanno governata e decorata, tra lacrime e risa. Le lacrime di mia madre, che – una volta persi prematuramente padre e fratello – piangeva nell’ascoltare certe Sonate per pianoforte (per caso, perché in casa nostra erano off limits) compensate dal ricordo gioioso – che continua tutt’oggi – delle ‘cantate’ in casa dei nonni. La cantada era un pranzo, una cena o merenda che prendeva,  favorita dal prosecco, una piega corale, con accompagnamento al piano.  Protagoniste erano le voci più poderose e i cantori più intonati, seguiti da tutti gli altri. Ho partecipato (volente o nolente, perché anche da piccoli, non potevamo mica andare a dormire, con quel rumore) a cantate di vari generi. Le più coinvolgenti vedevano il nonno Giovanni, lo zio Camillo al piano e voce, lo zio Gianni S. (quello che bucava il sedere alle matrone e tornando dalla guerra aveva gettato da un ponte la sua amata fisarmonica) e mio papà alla voce e all’imitazione vocale di strumenti (storico è il Papparàpararirero di Brasil io t’ho incontrato nel Brasil) Gli altri dietro. Le donne erano soliste alle bisogna. Il repertorio era vario, molto vario. Si andava dalle arie d’opera agli alpini (la Prima Guerra aveva lasciato il segno) ad ‘Amara terra mia’ di Modugno, alle canzoni Sanremo, tipo ‘Grazie dei fior’, a ‘Rosamunde’. Con punte di ‘Luna Rossa’ e ‘Pallida Luna’. E Bingo Bango Bongo. Ma anche ‘Azzurro’. Adoravamo la versione familiare de ‘la calunnia è un venticello’ e non vedevamo l’ora di sentire la voce possente di Nonno Nane che proclamava “come un colpo di cannon!’. Il repertorio era vastissimo e comprendeva anche composizioni napoletane, gorgheggiate da veneti, come da chi canta in inglese, non conoscendolo. Erano le cantate ‘all’antica’, madri delle schitarrate deandreiane e baglionesche intorno ai falo’ in spiaggia, e figlie dei canti che i nonni intonavano per passare il tempo nel cucire gli abiti da festa per i contadini e quelli di tutti i giorni per i ‘signori’. Eh sì. Perché il mestiere era quello. Di precisione e sacrificio. Fino a settant’anni, Nane si alzava alle 4, quando doveva tagliare un abito o un cappotto. Doveva concentrarsi al massimo. Costava sacrifici ai contadini, che lo andavano a provare il sabato, e non si poteva sprecare la stoffa! Il pagamento poi avveniva nei modi più diversi, a seconda dell’esito del raccolto. Uva o soldi. E a riscuotere i crediti si andava a piedi, attraverso le campagne. Il lunedì mattina,  i signori, pochi ma buoni clienti, si facevano fare  la barba. Perché il nonno aveva una mano perfetta, un’accuratezza certosina. E poi, come avrebbe fatto a cantarci ‘Figaro qua, Figaro là’ se non fosse stato un vero barbiere di qualità?

 

Annunci

Un pensiero su “Una famiglia musicale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...