Se una mattina di fine anno scolastico un professore…

classedi Marco Maresca

Una volta qualcuno mi ha raccontato che uno scrittore può vivere intensi momenti di sterilità e sentirsi come un manichino che, dietro una vetrina, sta  a guardare il mondo che si sgomitola. Uno scrittore in vetrina può cogliere tante storie da raccontare da quei fili dipanati, ma non potendosi muovere non riesce a raccontare nulla di quello che vorrebbe. Siccome la sua è una posizione privilegiata, uno scrittore in vetrina riesce a vedere moltissimo di quello che succede nel mondo. E questo lo rattrista, perché vorrebbe raccontarlo e non può. E allora, poiché ciò che vuole davvero è raccontare, non può far altro che aspettare che il momento passi. Che la boutique chiuda e le luci si spengano. Nel frattempo, sta a guardare.

Io, però, anche se mi riconosco in questa situazione di immobilità, non sono uno scrittore. Sono soltanto uno che vuole condividere storie. Nessuna ansia da prestazione, nessuna ambizione. Quello che ho capito, in tanti anni di condivisione, è che le storie sono già dentro di noi, che non occorre andarle a cercare nel mondo. L’ispirazione non è un vento odoroso da inalare, ma un respiro caldo da far uscire. Ogni soffio è una vita in cui mi sono imbattuto, una parola detta o ascoltata, un pensiero lanciato in aria come un aquilone. Oppure, come ho percepito soltanto dopo avere iniziato a scrivere queste righe, un florilegio di versi creati dalle menti ancora acerbe di una classe di seconda media durante una lezione di letteratura. A me soltanto il compito di mettere insieme, come succede in natura, tanti insiemi diversi. E a tutti gli altri quello di godere di un paesaggio sempre nuovo. Ed ecco la storia, che condivido.

Novembre è il mese dei morti. E’ un mese triste, come dice Giulia, capace di rendere grigi tutti gli uomini. Non è quasi più autunno, e non è ancora inverno. Il cielo, nell’immaginario comune, è livido, carico di nuvole che annunciano mesti presagi. Flavio parla di nubi che avanzano mangiando ogni cosa, compreso il sole. Dentro questo cielo, scrive Beatrice, gli uccelli non cantano, e i prati non fioriscono. Valerio, però, chiede al mondo uno sguardo positivo, con il quale andare oltre la nuvola nera, fino alla nuvola bianca.

A novembre c’è un vento malinconico e freddo che rabbuia ancora di più le giornate. E’ un vento gelido, scrive Matilde, che lo spoglio paesaggio, ormai abbandonato dal caldo estivo, lascia passare senza opporre resistenza. L’aria impetuosa ci avvolge col suo rumore prepotente. Ma Giulia sa che non viene da lontano. E’ come se questo mese fosse appena intorno a noi, quasi una parte di noi. E tutt’intorno il silenzio.
Valentino ricorda con nostalgia i colori dell’estate. Quei colori che avevano accecato persino il sole, a novembre sono diventati rigidi come un muro sbiadito. Sono gli stessi colori che Alessio vede confluire nel nero, con l’ombra avanzante a farla da padrona. Le foglie cadono, se non sono già cadute. Jhanina le paragona al pianto di un bambino, lacrime infelici scivolate giù da piccoli occhi socchiusi. Emanuele ne ha viste cadere tante, troppe, come soldati in guerra. Ilean, invece, ha visto l’ultima foglia cadere sulla terra nel silenzio, senza un sorriso.

E poi c’è la pioggia. Andrea la vede arrivare affacciato al balcone, portatrice di un beffardo stridore con l’estate che ancora ha negli occhi. Ogni goccia è come un cubetto di ghiaccio che scivola lungo la sua schiena. Giordana ricorda lo spettacolo appannato di un temporale, in cui bosco e cielo sembravano due cose diverse, mentre, ora lo sa, sono un’unica distesa di acqua, che salga o scenda non importa.

La pioggia l’ha ascoltata a lungo Sara, e le sembra di sentire ancora quel concerto apparentemente senza vita di timpani e maracas perfettamente accordati. Stefania guarda le gocce scendere come collane verdi piene di perline trasparenti. Visibili finché sono in aria, scompaiono toccando terra. Quasi una rivincita della terra sopraffatta dal manto cupo che tutte le raccoglie. Quella stessa terra che Lorenzo vede come un unico, gigantesco fiore bagnato, in apparenza tenero e indifeso, che si contorce dentro l’aria di novembre, umida come fiato su vetro. Ci si può abituare ai temporali, dice Francesco; eppure quando ritorna la calma, durante quelle pause dal sapore immenso di primavera, tutto ritorna sorpresa.

Ma novembre non è solo cielo nero, vento, pioggia; non è solo malinconia, tristezza, nostalgia. Da qualche parte c’è una stanza tutta per noi, dice Giulia, riscaldata da un grande camino, che accoglie e protegge. E lì, aggiunge Tomasz, c’è un focolare che ci attende, in cui alita il buon odore delle castagne arrostite.  E dentro tutto questo, conclude Davide, accade la cosa più bella del mondo: le famiglie si riuniscono e, smascherato il senso apparente di vuoto, padri, madri, figli, riescono a trasmettersi, l’uno con l’altro, la gioia nascosta – ebbene sì – di novembre.

Fuori, i rami delle piante senza foglie tracciano segni neri nel cielo. E ora scusa, Beatrice, se mi approprio di un tuo verso. Sì, proprio uno dei tuoi, che tanta fatica ti hanno chiesto per uscire fuori. Scusa se per me quei segni sono i versi che tutti voi avete scritto per un malinconico professore di lettere amante della poesia, durante una lezione di letteratura. Sono le vostre vite che scrivono pagine nuove che, alla fine, dicono già di una primavera che deve arrivare. E’ la storia che è dentro ognuno di voi e che ognuno di voi può raccontare.

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8 pensieri su “Se una mattina di fine anno scolastico un professore…

  1. caspita, bravissimo Marco Maresca! parlo da professore, mi ha veramente colpito questo pezzo così “poetico”: in effetti esiste davvero questa situazione di “vetrina”, per cui gli studenti osservano il professore e viceversa; a guardarli i miei studenti sembrano tanti scrigni pieni di tesori preziosi, le loro storie.. si tratta allora di fare un po’ come i pastori, che osservano le pecore brucare, placidamente, e un po’ come le ostetriche, come suggeriva Socrate, tirar fuori il tesoro prezioso, come ha fatto Maresca, grazie!

    • Grazie caro prof… i ragazzi posseggono davvero un tesoro prezioso, e il nostro compito è di fare in modo che non vada perduto, che se ne accorgano e possano tirarlo fuori. Buon lavoro.

      • verissimo, a volte capita che nemmeno si conoscano i propri talenti e lo sguardo degli altri ci aiuta a scoprirli..

  2. Caro Marco, hai tracciato un affresco dei nostri alunni ricco di sfumature, colori dell’anima. Ho percepito una nota malinconica ma esuberante di vita per il suo essere così intima…

    Ti ringrazio per avermi offerto uno scenario diverso da quello che mi si apre durante le ore di lezione:)
    Posso consigliarne la lettura nella pagina fb della Scuola?

    Buone vacanze!
    Catia

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