L’ora del tè

tazza di tèdi Paolo Marcacci

Ora che ci pensava, le donne più grandi gli erano sempre piaciute. Non solo nel periodo dell’adolescenza, quando fantasticava su quelle di trent’anni, che una volta si chiamavano “tardone” e che oggi invece rientrano ancora nella categoria delle ragazzine, o quasi: no, a lui ancora adesso facevano effetto le cinquantenni, come se gli anni che nel frattempo erano trascorsi, una ventina almeno, avessero rispettato le proporzioni e mantenuto inalterati i suoi gusti, le sue preferenze. 

Un Edipo a buon mercato, nazionalpopolare, alimentato dalla visione reiterata di quelle pellicole dall’erotismo soft e volgarmente comico che  negli anni Ottanta avevano scandito e accompagnato la crescita sua e dei suoi coetanei: supplenti, infermiere, vigilesse, segretarie…Sicuramente il cinema aveva stimolato questa sua naturale predisposizione, che quel pomeriggio torno a manifestarsi con una intensità che lo fece sentire al tempo stesso ragazzo, sfrontato, colpevole, imbarazzato, disinibito…Folle. Era certo che l’aria di quella sala da pranzo si fosse impregnata di quegli stati d’animo che cavalcavano una chimica prepotente, insopprimibile, primitiva. Dunque anche lei li stava condividendo.

 La donna aveva l’aria di essere stata bellissima un tempo, ma non conturbante e magnetica quanto riusciva ad esserlo adesso suo malgrado. Suo malgrado? L’interrogativo cominciò ad alimentare la maggior parte delle sue fantasie.

Il tè sapeva di menta: una finezza, considerato che foglioline verdi galleggianti aumentavano l’effetto della bustina. La signora disse che quest’usanza l’avevano appresa durante un’escursione nel deserto, anni fa e da allora a casa lo prendevano così, accompagnato dai quei pasticcini arabi, dolcissimi e quasi stucchevoli: rosa, mandorla, pistacchio…Inebrianti, come il profumo che la donna aveva abbinato alla perfezione alla fragranza della sua pelle. L’aveva già sentita, quell’essenza: Narciso…Qualcosa di sudamericano, come un cognome, ma non gli aveva certo fatto l’effetto che gli stava facendo ora.

Parlarono del più e del meno, come si dice in questi casi: lei ancora non osava fare quelle domande che indagano sul passato, sul futuro e sull’idea che se ne ha; lui si sentiva obbligato a recitare la parte di quello che da conversare di qualsiasi cosa, a differenza della massa dei suoi coetanei.

La donna ogni tanto accavallava le gambe, che si indovinavano sode e tornite rispetto all’età, sicuramente mantenute toniche da una qualche attività sportiva o più probabilmente dal ballo, praticato con regolarità: ne aveva l’aria. Il seno doveva essere stato sontuoso, all’epoca: ancora adesso rispettava linee e proporzioni, nella sua matura generosità. Avrebbe scommesso che non c’era stato nessun aiuto di tipo chirurgico, vista la sana forza di una gravità suadente che si indovinava sotto il maglioncino “scaldacuore” al di sopra del quale si adagiava un filo di perle austero e per questo lussuosissimo?

Si chiese più volte se è sempre vero che gli occhi non mentono o se la sua autosuggestione gli stava giocando uno di quegli scherzi di cui avrebbe riso con se stesso, vergognandosi un po’. Però quelle pupille castano chiaro, che sicuramente in estate viravano verso il verde smeraldo, nello scrutarlo non comunicavano soltanto la curiosità, forse un poco borghese, di una donna matura verso un giovane uomo che più o meno potrebbe esserle figlio; c’era dell’altro secondo lui ed era un qualcosa che stava a metà tra la provocazione e la sfida, tra il gioco e il pericolo. Un gioco e un pericolo di cui lui stava già immaginando le conseguenze, una dopo l’altra. Si sorprese a pensare a luoghi anonimi, ad abbandoni in quelle mani esperte, a rischi e stati d’animo successivi che sarebbe valsa la pena affrontare quando la vetrata del salone vibrò…

– Eccomi! Scusate ma non trovavo il bracciale…T’è piaciuto il tè? I miei sono fissati con la menta da quando…-

– Che film andate a vedere? –

La voce calda e un po’ roca della madre interruppe quella argentina della figlia.

Lui si alzò e salutò educatamente quella che forse sarebbe diventata sua suocera. Avvertì il calore dell’imbarazzo alle guance e un filo di tensione alle gambe. Anche alle gambe, sì.

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