Goran Tunström: un “classico” di nordica freschezza

orlando rivistaQuesto mio breve saggio è comparso nell’edizione della rivista Orlando, diretta da Paolo di Paolo, distribuita al Salone del Libro di Torino

Nonostante l’ampiezza e lo spessore delle analisi critico-letterarie sull’argomento, l’idea di classico è probabilmente molto più automatica e immediata di quanto si discetti. Un principio di ordine, di categorizzazione con il marchio dell’autorevolezza è come fisiologicamente spontaneo per la mente umana che, come diceva Leibniz, anche quando non lo vuole,  pensa architettonicamente e così facendo organizza e riorganizza spazi, contenitori, scatole, liste da catalogare. Ma poi in quanto classico, invece, deve parlarmi come da un altro luogo, deve dirmi qualcosa di me che non so ma che potrà eventualmente compiersi nella mia vita personale. Deve parlarmi da lontano nel tempo e anche nello spazio perché  l’architettura della mia mente possa respirare, gonfiare la cassa toracica, far circolare aria nuova.

Come quella che viene dal Nordeuropa, fucina di talenti senza scuole o salotti di appartenenza,  che possiedono la qualità della luce volatile e cangiante delle aurore boreali, una luce che smaterializzando l’orizzonte penetra il paesaggio e lo cambia in continuazione per chi lo osserva. Una delle eccezioni meno note al grande pubblico e ai lettori di una letteratura del secondo novecento così urbana, ombelicale, così spesso compressa nelle sottigliezze da lettino di psicanalista. Il modello di questa idea di “classico dislocato” è la scrittura di Goran Tunström, poeta e narratore svedese scomparso il 5 febbraio del 2000 all’età di 63 anni, di cui l’editrice iperborea ha pubblicato in Italia 6 romanzi, di cui il più noto è l’Oratorio di Natale.

Ma perché Goran Tunström può essere considerato un classico? Perché offre alla narrativa del Novecento l’invito a un matrimonio difficile eppure in lui immediato: quella tra la vertigine di un’immaginazione poetica, che lavora per accostamenti inconsueti e illuminazioni spiazzanti, e la necessità di una narrazione consequenziale e plausibile.  Così nelle sue pagine, già a partire dagli incipit fulminanti,  squaderna oggetti carichi di realtà, domestici, terrigni, agricoli – veniva dalla regione di confine tra Svezia e Finlandia, il cosiddetto Vaesterbotten, dove forse si diventa narratori come Robinson Crusoe per esorcizzare la solitudine – ma li accosta in modo inaspettato con un effetto potente di novità. Senza metafore, senza correlativi oggettivi latori di chissà quale messaggio. Le cose che leggiamo sono appunto quelle cose lì e basta ma poste una accanto all’altra sprigionano l’energia e la freschezza della novità. Sono contrappunti vertiginosi, dal minimo al massimo, dai profumi della cucina alla suggestione musicale.

Papà è la mia mamma. Mi nutre con marmellata di moretta e mousse di licheni. Mi costringe a ingoiare olio di fegato di pescecane; mi pulisce il naso e stende su di me le sue ampie ali nella cucina di casa, quella cucina che ha visto tante pagnotte nascere, tante pagnotte lievitare. C’è solo da chiudere gli occhi;: tante pagnotte, tanti pasticci, una boscaglia di strumenti che continuano a cantare a lungo dopo che i vivi li hanno lasciati nell’angolo accanto ai fornelli. Mozart Schubert, le quinte diminuite di Haydn.” (Da Chiarori, ed. Iperborea)

Dai licheni al suono che aleggia nella cucina. Di qua un segno naturale, una traccia umida sulla pietra, di là l’immaterialità assoluta del suono. Nel mezzo c’è il metodo Tunström, un metodo immersivo, di una narrazione che diventa una sorta di realtà virtuale in cui la mente del lettore si muove incuriosita e affascinata, in attesa di trovarci dentro una cosa magari notissima ma in vesti nuove, dove addirittura un padre può essere madre. Come un narratore di fiabe Tunström dà agli oggetti un fascino da lettera maiuscola, un tocco di irripetibilità, ma dice al lettore che qualsiasi altra cosa può essere accostabile, che quel quadro così disegnato è uno spazio di possibilità, dove anche  i suoi oggetti possono trovare cittadinanza. E’ la rivelazione, commovente, che qualcosa che abbiamo potuto vedere mille volte miracolosamente diventa letteratura. Proprio quello che pensò il futuro Nobel irlandese Seamus Heaney quando si imbatté nella lirica di Patrick Kavanagh “Spraying the potatoes”  

 

Quando incontrai “Irrorando le patate” nel vecchio Oxford book of Irish Verse, mi stupii che particolari di una vita che conoscevo intimamente, ma che avevo sempre considerato inferiore o estranea alla letteratura, fossero parte di un libro. I serbatoi di verderame per le patate che nella mia infanzia erano come una nota di colore in una vita campestre tutta grigia, eccoli lì, che facevano bella figura sulla carta stampata (…) Buche di patate con brina, solchi allagati, pozzanghere ghiacciate che si spezzavano, mucche munte, un bambino che intaglia lo stipite con un temperino e così via. Il mio non era un piacere consapevole e astratto del testo, ma un piacere primitivo nel trovare il mondo divenuto parola.

Un mondo che si scopre improvvisamente narrabile. In questo sta la necessità di considerare classico Goran Tunström. Per la sua capacità di costruire un paesaggio che non ha bisogno di metafore ma accumula evidenze di una realtà quotidiana, concreta, ma sempre imprevedibilmente e diversamente autentica, di volta in volta nuova. Ri-creata. Un mondo in cui il senso della possibilità del lettore, per dirla con Robert Musil, è un legittimo corollario del senso della realtà.

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