Tutta colpa di un manipolo di eroi. Ovvero il Cinema italiano degli anni ’80

tutta colpa del Paradisodi Elvio Calderoni

Negli anni ’80 un manipolo di artisti, praticamente degli eroi, ha salvato il cinema italiano da morte certa! Morte commerciale, distanza incolmabile tra spettatori e storie, qualità degli script tutta da verificare.

Questi eroi, in un momento in cui sembrava che le televisioni commerciali e il videoregistratore fossero sufficienti per mandare le sale cinematografiche tutte dritte alla chiusura, sstituite da parcheggi e supermercati, avevano la pretesa di raccogliere l’eredità della commedia all’italiana, sia davanti che dietro la macchina da presa. Parliamo dei cosiddetti “attautori”: Nanni Moretti, Carlo Verdone, Massimo Troisi, Roberto Benigni e, appunto, Francesco Nuti. Se Massimo Troisi è morto prematuramente, Francesco Nuti non ha avuto un destino migliore: osteggiato spesso dalla critica, divorato dal suo stesso talento, ha faticato a coniugare vita passione ambizione e successo, in un cammino che l’ha portato ad affrontare diverse vicissitudini. Ma torniamo agli anni ’80: dopo tre film girati sotto la guida attenta e preziosa di Maurizio Ponzi, Francesco comincia a voler “fare da solo”. Vuole la Muti, pretende l’uscita a Natale, si tuffa in Val d’Aosta e si impone con “Tutta colpa del Paradiso”. Il film è esile ma fa intravedere un’aria nuova, un clima lontano galassie dai film di Natale in cui la Muti era spesso, doppiata, la spalla ideale per Celentano o Pozzetto. Il pubblico, comunque, gradisce e molto il lavoro, tanto che al Natale successivo, Nuti ci riprova e alza il tiro: “Stregati”, 1986. Genova. Ancora la Muti.

Una Muti alle prese con un personaggio vero, forse la prima scommessa della sua carriera ( l’altra arriverà due anni dopo con Francesco Maselli che le affiderà del tutto “Codice privato” in cui, in un unico piano-sequenza, reggerà la scena da sola per 80 minuti circa ). Un film poco italiano per quanto è notturno, piovoso, legato all’estetica del videoclip che allora affondava le prime zampate su un cinema piuttosto privo di direzione. “Stregati” è un gioiello da riscoprire, ruvido quanto romantico, con cui la critica pronta a tuonare contro il toscano ex comico che vuol fare l’autore a tutti i costi dovette fare i conti: Tullio Kezich, la voce più autorevole di allora, su “Repubblica” scrisse che una Genova così affascinante non s’era mai vista sullo schermo e che le progressioni autoriali dell’opera seconda di Nuti erano decisamente sorprendenti. Nota di merito anche alla Muti stessa, ispirata e dolente, naturale e, finalmente, credibile. Non più icona irraggiungibile e mediocre nella recitazione di una commedia povera e scollata dalla realtà, ma presenza viva e pulsante di un cinema in evidente fase di rinnovamento. I ruoli della musica e della fotografia, in “Stregati”, sono fondamentali e fanno assumere al “breve incontro” di Romeo ed Anna, accenti di verità e di notevole espressività.

Un gioiello fragile che val la pena di riscoprire e che il tempo non ha fatto invecchiare minimamente, probabilmente a tutt’oggi l’opera più matura del suo autore. Con l’augurio di tornare al più presto a stregarci.

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2 pensieri su “Tutta colpa di un manipolo di eroi. Ovvero il Cinema italiano degli anni ’80

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