L’editoria saggistica di fronte alla sfida del digitale

SubtextChi scrive un saggio in digitale deve pensare architettonicamente, organizzando di conseguenza i contenuti secondo uno schema ben diverso dalla fruizione cartacea e quindi lineare; deve in pratica pensare il suo testo come un assieme di pesi e contrappesi, e, fuori di metafora, scegliere bene l’uso dei cosiddetti paratesti, il materiale correlato al saggio che però per la fruizione in digitale diventa cruciale: note, rimandi, link sono un valore aggiunto ma non devono spezzettare troppo la lettura né devono portare il lettore troppo ‘fuori’ dal testo stesso. Tenendo poi sempre conto che il valore di un saggio non sta tanto nella sua struttura, quanto nel rigore scientifico su cui si basa.
Con questo ragionamento il blogger e docente universitario eFFe ha aperto al salone di Torino la sessione di Book to the future dedicata alla saggistica in digitale, passando poi a elencare alcune soluzioni rintracciabili in rete, come quelle di Apogeo, del sito 40k, di Doppiozero e Quintadicopertina, in alternativa a siti di grandi editrici come Feltrinelli ed Einaudi. C’è chi offre menu di navigazione, chi inserisce una sorta di call for papers chiamando in causa direttamente potenziali collaboratori, chi come Doppiozero prevede una tessera di abbonamento (soluzione che gli stessi curatori stanno però mettendo in discussione).

Tra le tante opportunità che l’ambiente digitale offre (forme diverse di promozione, interazione, fruibilità) non bisogna però mai farsi tentare troppo dall’idolo della ‘rapidità’. “Perché se sto in rete devo per forza essere veloce? – ha osservato ironicamente lo stesso eFFe – la riflessione non deve essere necessariamente rapida”.

“Occorre un ecosistema più sano ed efficace – ha specificato Luisa Capelli, docente all’Università di Tor Vergata, impegnata dalla prima ora nell’ambiente digitale – a fronte di una grande pluralità di forme e formati e di tantissimi soggetti”. E proprio in virtù di questa Babele, Capelli ha lamentato “l’assenza nel nostro Paese di vere University Press che oggi potrebbero giocare un ruolo cruciale nel rapporto tra accademia e ambienti digitali”.

In generale non è che nel settore “si vedano tante novità – ha aggiunto Gino Roncaglia, docente all’Università di Viterbo ed anch’egli pioniere negli studi del settore – Quello che manca sono i cosiddetti discovery tools”  – vale a dire strumenti per reperire  le risorse on line – “e mi capita spesso di imbattermi per caso in questo o quel titolo”.
Due sono i suggerimenti che propone Roncaglia: anzitutto  una “maggiore presenza di contenuti multimediali,  per visualizzare i dati, come forme di infografica che siano interattive”. Secondariamente bisogna accrescere ”l’aspetto di conversazione intorno al testo . Servono annotazioni e occorre lavorare sul trackback  come accade in un blog”. In sostanza i testi che io scopro “devono poter conversare tra di loro”. Tutti questi riferimenti a altre opere però “devono essere staccati dal corpo del saggio”.

“Il confronto con il pubblico si è spostato in rete”, ha concluso il sociologo Flavio Pintarelli, ed è un pubblico diverso, di “piccole nicchie” competenti. Mentre un tempo in rete “si poteva vendere l’attenzione ora si instaura una economia della reputazione”, per cui chi opera nel digitale divulgando la propria materia come saggista “deve lavorare sul proprio profilo di formatore”.

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