Come gregari in fuga

ruotadi Edoardo Caldarola

Serviamo da monito, noi. Resistiamo per contratto, in piena coscienza.
Passiamo la linea dopo l’onda di schiene altrui: vogliamo essere annunciati.
Siamo Geppetto nel ventre del gruppo. Giona, se preferisci, diciotto giorni in più.
Ci riconosci facilmente: siamo quelli in bianco e nero, di qualunque stoffa siano le nostre maglie.

Ruote di scorta, borracce vuote, frangivento.
Prima della discesa cediamo il giornale al capitano, ma soltanto perché non parla di noi.
Argani senza filo, trainiamo il carro del vincitore. Senza salirci.

Capita, però, a qualche Geppetto, che la balena lo risputi via (per gentile concessione).
E si trovi a pedalare più forte di quelli con le magliette sgargianti. Ma l’abitudine è
una bestia addomesticata e invece noi, un filo di barba, lo conserviamo sempre. Per
questo ci vedete voltare la testa mille volte, per controllare che non compaiano pinne per il colpo di coda del pescecane.
Facciamo la felicità di poeti e cantautori quando il traguardo lo tagliamo noi. Ma senza fronzoli: un segno di croce, un pugno al cielo e via.
Il ghigno che ci vedete in faccia è dedicato al capitano: se l’indomani c’è la discesa, il giornale lo teniamo per noi.

E se prova a protestare ce lo mandiamo. AffanGiro.
D’Italia

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