Quell’anima ‘fieramente liceale’ dei book blogger

bttfAllora, io lo dichiaro subito: la mattina di domenica 19 maggio è stata per me la più proficua del salone intero. E questa frase di Christian Raimo, pronunciata con la spavalda e divertita  visionarietà metaforica del narratore, centra in pieno l’attitudine come di supplenza culturale, quella qualità squisitamente produttiva dei book blogger che chiunque  – come me – abbia messo il naso nello spazio book to the future in fondo al padiglione 2 ha potuto agevolmente riscontrare. Ovvero una sana, complice e matura condivisione di competenze nuove, propria di chi si intrufola in un’istituzione paludata ma annosa (il salone e le sue comunque benemerite liturgie cartacee al pari di un vecchio liceo del centro storico) con la consapevole sfrontatezza di chi…ha studiato per bene e ha approfondito soprattutto altrove e per conto proprio un sacco di altra roba.

Certo, bisognava  andarseli a cercare i book blogger: apparentemente appartati,  in un rettangolo che gli organizzatori avevano ritagliato bordandolo di drappi neri e che invece rigurgitava vitalità e voglia di rompere steccati e paratie. Uno spazio, dove  quella complicità tra i partecipanti non aveva nulla della setta appagata dall’autocelebrazione, nulla che somigliasse  a una conventio ad excludendum…piuttosto ti dava l’idea di un’agguerrita carboneria che affila le armi per uscire volentieri allo scoperto,  al confronto in campo aperto.

E c’era ironia, per cui si rispondeva ai gorgheggi sopranili del padiglione accanto alzando una voce vagamente intonata oppure con un Mp3 del glorioso inno della DDR appositamente tirato fuori dal cilindro del mitico Francesco Forlani.

Ma al di là di questi  aspetti esteriori,  c’era appunto quest’animo di cui nel titolo: un modo fragrante di imbracciare la cultura. Se tanti dei celebrati stand del salone sembravano aree di supermarket, dove si accalcava la folla in cerca di volti da chetempochefa, qui si citava Wittgenstein non per sfoggio ma perché a quel punto della discussione era necessario. E sempre qui la gente prendeva appunti come forse solo nello spazio professionali, e c’era voglia di aggiornarsi, di confrontarsi su soluzioni concrete, su domande reali che sono il pane quotidiano del blogger.

C’era quindi quella sana aria di chi produce. Una produttività precaria, assemblata forse a latere di un’occupazione, o come principio speranza. Eppure c’era. C’era perché come dice Forlani quella dei blogger è un’avanguardia operativa, e perché il blog è un luogo reale  dove si fa cultura, come spiega da tempo eFFe, perché contro l’ufficiostampizzazione, contro il segnalazionismo, l’anticipazionismo e la smania della performance nei rapporti tra autori e pubblico, molti i neologismi o quasi di Raimo ma che fotografano perfettamente la deriva del mestiere di chi fa informazione culturale (per inciso ho quasi timore di citare  l’ultimo, splendido: ‘autoreferenzialità ouroborica’ che allude al mitologico serpente che si morde la coda rispolverato un secolo or sono dall’autore fantasy E.R. Eddison) , a fronte di tutto ciò, dicevo, i book blogger stanno giocando la carta della passione abbinandola però a una competenza che si costruisce col lavoro, l’aggiornamento, la curiosità tecnologica e l’approfondimento culturale.  Provano quindi ad acquisire autorevolezza  in uno spazio selvatico come il web dove la reputy, come dicono quelli bravi, è necessaria per divenire nodi informativi attraenti perché credibili. In un paese dove mai saranno sufficienti le geremiadi sulla perdita di importanza della cultura e sullo sfascio del sistema scolastico, ma dove soprattutto la buona fede e la trasparenza  sono purtroppo  le ultima qualità che si presuppongono in chi sta dando un’informazione (che interesse avrà tizio, per conto di chi mi sta dicendo ‘sta cosa…), i blogger compiono un’operazione di lealtà alla cultura, perché nessuno potrà mai dubitare della buona fede e della dedizione di chi posta sulla rete un lavoro che nasce da una spinta reale e soprattutto da una competenza appassionata di cui sa ( e deve) dar conto.

E c’era, infine, il senso del lavoro collettivo (com’era la vecchia definizione di giornalismo? Ah sì: opera collettiva dell’ingegno…). In rete si impara condividendo strumenti di comprensione, strumenti per interpretare i testi, ci si appoggia trasversalmente a competenze varie e maturate in ambiti eterogenei ma riconducibili a un obiettivo comune. Si prova, insomma, a impilare qualche mattone per  la stanza intelligente, come recita il titolo di un libro di David Weinberger che sicuramente il 100% dei blogger conosce.

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