Torino. Salone del Libro 6/ Murgia-Veladiano: due scrittrici e il sacro

14757Due donne, due scrittrici che non potrebbero essere più diverse. Michela Murgia e Mariapia Veladiano in due differenti momenti del Salone del Libro hanno espresso il loro parere sul rapporto tra scrittura e senso del sacro. Qui di seguito una breve sintesi dei loro interventi

(Murgia) “La parola è materia sacrale, offre strumenti di fondazione, stabilizzazione o destabilizzazione dell’immaginario. Quando scrivi fornisci un luogo simbolico dove abitare…per molti la lettura di una storia alla sera è l’unico spazio che rimane per offrire cittadinanza alle possibilità che non si sono potute seguire. Questo significa anche responsabilità: se hai il dono di creare luoghi dove altri vanno ad abitare hai la responsabilità di far sì che questi luoghi esprimano autenticità. “

Per Michela Murgia il senso del sacro c’è anche dove non c’è alcun esplicito riferimento trascendente. Così ad esempio ne “il vecchio e il mare che è come una preghiera dalla prima all’ultima riga: un’ossessione di infinito”. Del resto, paradossalmente si può dire che ci sia “qualcosa di sacro perfino nel raccontare una barzelletta, perché nel fatto stesso di raccontare c’è una liturgia del mistero.”

Per il credente poi, dopo il “sì di Maria si può dire che da quel momento in poi il sacro abita nella tua casa, è il cibo che hai preparato per i tuoi figli. Quel sì ti costringe a trovarlo qui il sacro e non oltre il tramonto”. Sull’onda di questa riflessione la scrittrice sarda si spinge fino a trovare rispondenze sacre perfino in certi prodotti di massa che pur restando creazioni mediocri esprimono una domanda o forse un desiderio, un simbolismo analogo “Perfino nei lucchetti di ponte Milvio – conclude – c’è un rituale simbolico; il libro resta un un libraccio ma riesce a intercettare il mondo immaginario di un adolescente che non leggerà mai Hemingway e  a cui mai importerà di farlo. Si tratta in sostanza – conclude – di un sacro pret a porter nei confronti del quale però non siamo autotizzati a esprimere un disprezzo almeno quando si manifesta nel racconto. Il mistero della sacralità passa anche dove noi ne rifiutiamo lo strumento.”

(Veladiano) E’ nella natura di chi scrive ascoltare il mondo e filtrarlo attraverso ciò in cui crede. C’è una difficioltà a parlare di fede perché si mette a tema qualcosa che non è un oggetto. La fede è una vita, una storia di ciascuno di noi segnata da una connotazione individuale, una fede che può essere alla scrittura, un servizio all’uomo, del resto ci sono mille modi in cui la parola trova lo spazio di diventare vita.

Per l’autrice de Il tempo è un dio breve “fede è capacità di rovesciare la vita” una possibilità ulteriore in un periodo in cui “assisitamo a una crisi di umanità in generale”. “Abbiamo di fronte – spiega – un mondo che necessariamente sta cambiando e ci porta a rivalutare concetti che un tempo avevamo quasi timore di esprimere: parole sussurrate con pudore e a volte paura come ‘sobrietà’ sono le parole che dovrebbero essere da sempre nella nostra vita di fede come libera scelta.”

“La fede – conclude – non è del resto il linguaggio della sicurezza perché una storia ha molte fasi, momenti di intesa e momenti di silenzio, a volte di incomprensione di Dio, ma non si abbandona il proprio bene per un momento della storia, perché si resta fedeli a qualcosa di potente che ci si porta dietro e che c’è stato nella nostra vita.

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