Wallace: un video per “Questa è l’acqua”

this_is_water_the_glossaryOra che un corto di circa 9 minuti incentrato sul suo famoso discorso ai laureati del Kenyon College furoreggia su You Tube, sarà il caso probabilmente di recuperare l’altro Wallace, quello costantemente ignorato da una vulgata che lo ritrae come un geniale, forse irripetibile quanto funambolico, outcast, con i suoi tic e le sue fobie, uno che ha eretto questo formidabile castello sintattico-matematico di fronte agli assalti della vita reale, certo, ma un castello dove ci si può ritrovare a giocare come in Colazione da Tiffany: colti e annoiati, snob e frustrati, tutti in grado di esorcizzare amori, dolori e profondità con la parola spiazzante, la combinazione estrosa e inaspettata, l’accumulo di pensiero, nozioni e citazioni.

Wallace è anche questo, ma se si parte dal senso profondo di quel discorso, che compare in italiano nella raccolta di testi e racconti “Questa e l’acqua” (Einaudi 2009) – si scopre un uomo che, una volta costruito questo edificio di parole, resta in attesa e attende uno scarto, un di più, qualcosa che ci porti oltre la nostra umanità in fondo meschina, egoista, limitata.

Analizziamo allora il discorso. La scena si svolge nel mare. Una coppia di pesci giovani incontra uno più anziano che si rivolge loro ammiccando: “Ehi, ragazzi, buon giorno, com’è l’acqua?”. I due giovanotti continuano a nuotare per un attimo ancora. Poi uno dei due fa all’altro: “Che diavolo è l’acqua?”.
Wallace da subito mette in guardia il suo uditorio che non si tratta di “un pistolotto sulle virtù quanto piuttosto un tentativo di evidenziare cosa distingue nell’uomo la capacità di astrarsi da quello che è il proprio corredo naturale di comportamenti ed elevarsi verso qualcos’altro”: così come accade al vecchio pesce, dice Wallace, la cosa più difficile da “spiegare agli altri è quella più ovvia, quella in cui ci si trova immersi, le realtà più importanti” e così prossime da non vederele affatto per rifare il verso a Eliot.
 
“Ragioniamoci un po’ sopra – avverte Wallace – Abbiamo una sorta di pudore ad ammetterlo perché la reputiamo una verità socialmente sconveniente: ma nella nostra natura l’unica certezza veramente radicata nel corredo genetico è quella di essere noi il centro del mondo. E’ un dato oggettivo, di default per usare un termine informatico. Io sono la persona più reale, tangibile e importante nell’esistenza: i pensieri e i sentimenti altrui mi arrivano in forma di una qualche comunicazione, mentre i miei sono immediati, pressanti, reali”.
Di qui Wallace inanella un elenco, quasi una litania delle tante situazioni ordinarie in cui questo ego-centrismo si impone su tutto: “la fila nel traffico punteggiato di Suv dopo una giornata di lavoro, quella al supermarket affollatissimo e inondato di una musica che dà il colpo di grazia al nostro umore e da luci orribilmente fluorescenti”. E ancora, dice, “le sfilze di carrelli che si susseguono e intasano i corridoi che rigurgitano frotte di bambini bercianti, oppure l’augurio di buona serata che alla cassa ci viene rivolto da una voce glaciale come la morte”. La cassiera di cui si diceva in apertura per l’appunto.
Queste, ci dice Wallace, sono le contingenze di giornata che stimolano il nostro corredo umano a sciorinare le proprie caratteritiche innate e peggiori, perché “situazioni come queste circondano la mia persona, ne esaltano bisogni come la fame, il riposo fisico o semplicemente il desiderio di tornare a casa”.
 
Ecco allora il motivo per cui tutto ciò che il “mondo mi mette di fronte appare come un intralcio e le persone finiscono per essere ai miei occhi una sorta di gregge di subumani che urlano nei cellulari”. E questa è un’opzione “semplice, automatica, ma che in realtà è una non scelta ma un modello di pensiero che riflette solo il corredo naturale a mia disposizione. E’ il modo inconscio e automatico in cui sperimento quelle parti noiose, frustranti e affollate di una vita adulta quando opero a partire da quel credo incoscio e automatico di essere io il centro del mondo” nella convinzione che i “miei bisogni e i miei sentimenti naturali siano il parametro per definire le priorità del mondo”.
 
E però c’è anche un’altra opzione, un’opzione che stavolta è realmente una scelta, un salto di qualità nel riferirci alla realtà.
“La maggior parte delle volte, se siete sufficientemente consapevoli di optare per una scelta, potete scegliere di guardare in modo differente quella donna grassa, ipertruccata e con le borse sotto gli occhi che urla all’indirizzo di suo figlio proprio davanti alla linea delle cassa – probabilmente lei non è sempre così, magari è stata sveglia tre notti di fila per tenere la mano a suo marito malato di cancro o forse è proprio lei quell’impiegata di basso profilo che giorni addietro all’ufficio motorizzazione ha risolto con un piccolo atto di burocratica delicatezza il problema che toglieva il sonno a vostra moglie”.
Rendendosi conto di compilare così una lista di esempi speculare alla precedente Wallace aggiunge che in questo caso si tratta forse di “improbabilità ma non di impossibilità”: “tutto dipende – avverte – da cosa vogliate prendere in considerazione”. E aggiunge, e questo è il nocciolo del testo, “Se siete automaticamente convinti di sapere cosa sia la realtà e chi o cosa è realmente importante – se volete agire in base al vostro corredo naturale, allora voi, come me, trascurerete tutte quelle possibilità che non siano noiose e stancanti. Ma se avete davvero imparato come pensare, come prestare attenzione, allora potrete prendere in considerazione altre opzioni avendo così la possibilità di vivere una situazione in cui c’è solo affollamento, lentezza, urla e altre infernali e sfibranti contingenze ritenendola dotata di un senso e anche di una sua sacralità.
E non è che sia per forza vero tutto l’armamentario del misticismo: qui la Verità con la V maiuscola sta nel fatto che così siete Voi a decidere come provare a guardare le cose. Voi avete la possibilità di decidere consapevolmente cosa ha significato e cosa no. Siete voi insomma che decidete cosa adorare.
Perché a questo punto ce n’è un’altra di verità. E cioè che nelle trincee quotidiane della vita adulta non esiste ateismo. Non esiste il non adorare. Ciascuno di noi adora qualcosa. L’unica scelta consiste appunto in cosa adorare. E una ragione preminente per scegliere un Dio o qualcosa di spirituale – Sia Cristo o Allah, Yahwe o la Madre Terra oppure un insieme di principi etici – è che qualsiasi altra cosa voi vi mettiate in testa di adorare vi divorerà: il denaro, il corpo, la bellezza, il potere, l’intelletto.
Quello che è veramente insidioso in queste forme d’adorazione non è la loro peccaminosità o il male: è che sono inconsce. Sono parte del corredo di base e diventano un tipo di culto nel quale si scivola di giorno in giorno diventando sempre più selettivi su quanto si vede e come lo si valuta senza essere pienamente consapevoli di ciò che veramente si sta facendo. E il mondo certo non vi scoraggerà dall’agire in virtù di questo corredo, perché il mondo degli uomini, del denaro e del potere si riscalda placidamente col carburante della paura del diprezzo, della frustrazione e dell’adorazione del sé. Vi farà sentire liberi, della libertà di essere i signori del vostro piccolo regno a forma di teschio, soli al centro di tutta la creazione. Ma come detto c’è anche un’altra libertà e di questa non vi parleranno in molti: ma è una libertà che comprende attenzione consapevolezza, disciplina e sforzo, assieme all’essere capaci veramente di prendersi cura dell’altro e di sacrificarsi per lui una volta e sempre, in una miriade di maniere quotidiane e così poco eccitanti.
Questa è la vera libertà. Altrimenti l’altrenativa è appunto l’incoscienza, l’agire solo in virtù del corredo di base, con la sensazione divorante di avere avuto e poi perso qualcosa di infinito.
So che tutta questa roba non vi sembrerà divertente né stuzzicante o di grande ispirazione. Forse, per come la vedo io, è la verità ma con un bell’ammasso di puzzolente retorica che gli si para davanti. Non è una predica o un sermone è solo una questione di consapevolezza – consapevolezza di ciò che è essenziale eppure nascosto al nostro semplice sguardo in tutto ciò che ci circonda così da doverci in continuazione ripetere “E’ acqua, sì, questa è acqua”.
Qui di seguito il video tratto dal discorso
 
 
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