Quello che non si vede

coppia seduta davanti al maredi Marco Maresca

 Il tempo le ha schiarito gli angoli e li ha piegati curiosamente verso l’alto, mangiandoseli anche un po’. Ma è tutto l’insieme, tanto è sbiadito, a sembrare avvolto da una nebbia di filigrana. La prendo tra le mani come un oggetto prezioso e raro, tipo quei cimeli da filatelisti tirati fuori per vanto ogni anno o due. A me, però, è capitata tra le mani per caso, durante un trasloco, e sono passati quasi vent’anni dall’ultima volta che l’ho vista. Era tra le cartelline impolverate dedicate  una per una agli esami dell’università. La prendo trattenendo il respiro. Proprio come farebbe il buon filatelista.

Angela era la mia cugina preferita. Alta un po’ meno di me, magra quanto basta per mettere in evidenza i seni in evoluzione e i fianchi già dolcemente scoscesi. Aveva i capelli e gli occhi scuri, e un sorriso giovane e pronto da far morire qualsiasi cielo grigio, dentro o fuori che fosse stato. Il dialetto napoletano, che si nascondeva dietro un italiano forbito appena bagnato da un indelebile accento, ogni tanto faceva capolino e le dava un tono aristocratico. Ascoltarla mi faceva sentire parte di un mondo che in realtà vivevo soltanto un mese all’anno.

Era luglio. Come sempre, passavamo le mattine alla marina del capo. Io e i miei eravamo scesi dal paese in auto e scendendo eravamo passati a prendere Angela. Era una mattina calda e umida. I ciottoli della spiaggia, per me che ero abituato alla sabbia del litorale romano, erano un tormento. Però facevo finta di niente, dato che né mio padre né Angela sembravano notare la differenza tra ciottoli e sabbia.

Io e Angela nuotammo a lungo quella mattina. A un certo punto facemmo una gara: chi sarebbe arrivato per ultimo a riva avrebbe pagato il gelato. Naturalmente vinse lei, e non perché l’avessi lasciata vincere. Notammo che la corrente ci aveva portato un po’ distante dall’ombrellone dei miei. Uscimmo lo stesso dall’acqua e ci sdraiammo sull’anomalo bagnasciuga fatto di minuscole pietruzze levigate. E lei cominciò a parlare. Io la guardavo, ma non riuscivo a sentire nemmeno una parola di quello che diceva. La guardavo e pensavo che era la mia cugina preferita. Ero felice.

Dopo un po’ ci alzammo. Mentre tornavamo, ci accorgemmo che ci stavano cercando. Ci dissero che erano scesi gli zii e che avevano portato la macchina fotografica. Prima della partenza, volevano una foto ricordo di noi tutti. Poi ce ne avrebbero spedita una copia.

Ci mettemmo in posa, incaricando un turista tedesco di fare la fotografia. Ricordo che tra me e Angela c’era mio padre. Mentre sorridevo, misi una mano dietro di lui. Ma prima che potessi toccare la sua schiena, trovai la mano di Angela. Che strinse la mia. Così restammo, sorridendo, senza che nessuno se ne accorgesse, per il tempo che durò lo scatto.

Poi i miei nonni, che già stavano male, morirono e non tornammo più al paese. Io crebbi e lei pure. Ci sposammo ed avemmo dei figli. Ci vedemmo un paio di volte ancora, in occasione di matrimoni. Ma ormai si era tutto trasformato. Le nostre vite lontane avevano percorso sentieri diversissimi, facendoci diventare dei lontani parenti. Eppure non ho mai smesso veramente di pensare ad Angela. E’ rimasta la mia cugina preferita. E una vecchia fotografia in bianco e nero, sbiadita e con gli angoli all’insù, è tutto quello che resta di quel primo amore.

La tengo ancora un po’ tra le mani. Poi mi alzo, vado in cucina e la getto nella pattumiera. Tanto non serve. I ricordi sono quello che non si vede. E nessuno li può gettare.

 

 

 

 

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