Una famiglia numerosa

famiglia numerosadi Paola Segurini

Ecco qui, una famiglia numerosa – assenti tre membri – ritratta all’inizio degli anni 30. In pieno fascismo, a Venezia, essere in tanti era un merito. Era anche degno dal punto di vista cattolico. Dieci figli, il primo agli albori del secolo, gli altri a seguire fino al 1930.  Sulla sinistra, con il lungo bavaglino bianco, il più piccolo (ancora per poco), mio padre, Mario. Dietro di lui,  quasi signorina, Giuliana – detta Cicci, forse per esorcizzare il destino della precedente Giuliana, che la Spagnola s’era portata via nel 1910. E poi Natalia (detta Lina) e una signora che aiutava in casa. Baffo immancabile e colori scuretti, naso prominente e serietà, si nota mio nonno Antonio, accanto a lui la moglie Chiara (detta Clara) e quindi i tre frutti del ritorno del pater familiae dalla prima Guerra: Giovannibattista (detto Gianni), Michele e Pierluigi (detto Piero). Manca il primogenito, Giulio, già sposato. Tutti i maschi avevano avuto in dono, in aggiunta al loro nome, un bel Giuseppe Maria.
L’interno è quello di un appartamento, situato in un palazzo vicino al grande giardino Papadopoli, nei pressi della Stazione ferroviaria e del porto, dove  il capofamiglia esercitava la professione di ingegnere

Romagnolo autoritario e austero, il nonno Antonio era ingegnere ‘svizzero’, senza che mai
si sia spiegato che cosa stesse a significare questo aggettivo di nazionalità. Ma lo si specificava. La fermezza del padre, nei discorsi di rimembranza tra i figli, veniva rimarcata dalla descrizione di alcuni suoi comportamenti. “Non era mai entrato in un bar, neanche per prendere un caffè!” In un agglomerato di osterie e bacari , in cui ogni evento – grande o piccolo, o piccolissimo – era sancito da un’ombra e da un cicheto, si trattava di un segno di discreta misantropia, oltre che di morale ben decisa. “Andava a trovare i carcerati, indossando un mantello scuro”, si sottolineava, illuminando il suo essere terziario francescano, che più avanti, con l’arrivo della TV, lo portava a spegnere il diabolico apparecchio appena entrava in una stanza, incurante delle donne estasiate di fronte allo scatolone parlante e ai romantici e casti baci. Era stato giudice alla grande gara delle dattilografe un Piazza San Marco e capo delle famiglie numerose! Un tipo bizzarro. Durante la seconda guerra, con tre figli sotto le armi contemporaneamente, aveva sviluppato un interesse per la radioestesia: col pendolo rimaneva ore sopra la carta geografica d’Europa, per  capire dove stessero i suoi giovanotti. Pare che lo indovinasse davvero. In ogni caso sono tornati tutti, i tre soldati, in modi e tempi diversi. Leggendario il lancio della propria fisarmonica, da un ponte in Iugoslavia, da parte di uno degli zii, durante la marcia di ritorno. Non avrebbe più suonato alcuno strumento. Una volta andato in pensione, il nonno, oltre a dilettarsi nello studio dell’Esperanto, investì  la liquidazione in un sogno. La creazione di un allevamento di castori (sic) nella campagna trevisana. Una bella follia. Esistono le foto di una piscina in cemento, costruita nel terreno circostante la casa ereditata dalla famiglia della moglie. Nessun ricordo orale, di questo fallimento. Le reminiscenze indugiano invece sulla Topolino acquistata per diecimila lire all’inizio degli anni 40.

Diversa era la nonna Clara, la seconda delle tre fanciulle Rossetti, le altre si chiamavano Alba e Aurora! Nata nel 1885, apparteneva ad una famiglia benestante, proprietaria di terra buona e produttiva. Parlava francese perfetto (a sentir lei) e certo pregava solo in quella lingua, perché era stata in collegio dalle Suore di Nevers a Venezia. Uscita, a vent’anni, si era sposata. Nella prima guerra mondiale i nonni avevano perso tutto: casa e corredo (gravissimo fatto). Si erano abbastanza ripresi, ma lei non era mai tornata agli splendori sociali di quando era ragazza. Si era adattata e, con un sorriso dolce e distante, guidava la sua prole, aiutata da qualche ‘donna’.  Rimasta vedova, dalla grande casa di campagna (‘mangiata’ negli anni Cinquanta dal mezzadro per inettitudine del nonno) in cui erano sfollati durante la seconda Guerra, era passata a un appartamento in un paese sotto le Prealpi,  dove una figlia ‘signorina’ insegnava a improbabili e vivaci multiclassi  di piccoli contadini. La nonna aveva continuato a lavorare a ‘crochet’, a recitare rosari in francese, e ad aprire il portafoglio per immancabili mancette a noi nipoti : ‘vien qua che te dago ‘ era la formula magica, con cui ci chiamava vicino a lei.  Per Pasqua, comprava , due alla volta, una trentina di uova di cioccolato di varie marche, che esponeva tipo negozio in una vetrinetta del salotto: chi di noi tardi arrivava, male alloggiava, e si beccava le più scarse, quelle ‘nude’, con la sorpresa più scadente. Quando si recava a Messa – e lo ha fatto fino a 93 dei suoi 97 anni – Clara, unica in quella piccolissima città, indossava guanti lunghi e cappello con veletta. Nessuno ricorda di averla mai vista senza un filo di perle e nemmeno senza quello snobismo di due secoli fa, che ha tramandato a tutti i suoi ragazzi e a molti nipoti. Quel non so che di veneziano che si può anche non amare.

Prima del conflitto mondiale, ogni estate, ogni festa comandate e anche alcuni speciali finesettimana, caricati i figli – quanti non è dato saperlo – la famiglia partiva per la casa sulle colline felettane, incurante dei Padri gestori dell’Istituto Cavanis, frequentato dai maschi (ne erano nati in 4 nel giro di 5 anni), che non approvavano la perdita di giorni di scuola. Probabilmente però i santi professori tiravano un sospiro di sollievo ogni volta che il gruppetto si allontanava  … “Ti chiami S.? Sei fratello di G.? Oh no … un altro!”.  Eh sì, i fratelli erano tutt’altro che tranquilli. Un paio proprio discoli. Gli altri ne erano influenzati. L’appartamento dalle alte stanze era un campo giochi, che spesso strabordavano i confini settati dai genitori. La conformazione dell’abitato del quartiere favoriva il rischio. Di cadute nei canali non se ne parla, ma la leggenda narra che a volte la nonna  fosse chiamata da voci allarmate provenienti dalla calle. “Siora, la gà i fioi sui teti!” Nella migliore delle ipotesi, camminavano sui coppi. Una volta, i soccorritori sono giunti in tempo per vedere due bambini S. che, dopo averlo ben assicurato con una cravatta messa a cappio, ne stavano facendo calare un terzo verso una grondaia, per recuperare un pallone. E cosa dire della maggiore delle ragazze, Elena Penelope (detta Ena o la Belle Helene, che a quarant’anni  sposò un Ulisse), che per tanti giorni estivi si metteva a capo di una schiera di monelli e, con l’aiuto di un paio di sorelle, partiva per la spiaggia del Lido. Camminata, motonave, camminata, spiaggia. Bagno, pranzo in capanna, riposo, bagno, merenda e ritorno. Capelli cortissimi per i bambini, e classici costumi con le bretelle. E giochi. Burle, come quella di Gianni che, approfittando di un viso dai lineamenti sottili e un fisico minuto, si metteva una cuffia da bimbo in testa e, gattonando nell’acqua bassa, pungeva il posteriore alle signore robuste, con uno spillo ben sistemato in un fazzoletto messo a fascia sulla mano. E fuggiva rapido. Le sorelle facevano finta di non conoscerli. Ovviamente. Nuotavano alla perfezione quei ragazzi. Questo sì. E per tutta la sua vita, quando mio padre entrava in acqua si trasformava sempre in pesce, da uomo robusto e alto quale era, era come se mettesse delle ali marine. Le sue bracciate fendevano il liquido senza alterarlo. Precise, ritmate e allo stesso tempo leggere. Lo portavano lontanissimo in pochi minuti. E noi, ragazzini avvezzi ai monti e alle discese ardite, ma poco alla spiaggia e all’acqua, tremavamo, ammirati e timorosi che quel mare ce lo rubasse.

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