Laura corre sulla collina

3di Cetta De Luca

Laura aveva le trecce rosse lunghe fino ai fianchi e le lentiggini. Mi piacevano così tanto le lentiggini che me le disegnavo col pennarello. Mia madre si dannava a cancellare quei puntini. Usava l’alcool denaturato e mi strofinava il viso. E io restavo rossa per giorni, che pareva mi fossi scottata al sole. Avevo nove anni e già avevo dato il primo bacio da un anno. Laura no. Lei portava l’apparecchio per i denti e nessuno la voleva baciare. Ma era la mia migliore amica e io le invidiavo anche i denti storti. A volte sognavo di essere lei. Lei portava sempre i pantaloni lunghi. Anche d’estate. Anche al mare. Che poi non ci veniva spesso al mare. Solo quando il tempo era incerto, con qualche nuvola a minacciare pioggia. Così restavamo tutti vestiti dietro le cabine e lei non si sentiva in imbarazzo. Laura aveva le gambe magre magre, così magre che parevano le sue braccia. Gliele avevo viste una volta che l’avevo accompagnata in bagno. La porta era rimasta accostata e io l’avevo spiata. Mi domandavo come facesse a tenersi su quelle gambine. Quando  mi vedeva allenarmi al salto triplo mi sorrideva sempre. Lei non faceva atletica. Lei dipingeva. E una volta dipinse me mentre saltavo. Proprio nell’ultimo salto, quello più lungo. – Pare che voli alla fine. – mi disse. Per questo le volevo bene. Lei mi capiva. – Un giorno andremo a fare una corsa su fino alla collinetta, e ci piazzeremo una bandiera. Sarà il nostro fortino e lo difenderemo dai maschi a costo della vita. – Quello era il suo sogno, la corsa sulla collinetta. Che poi quella collina in mezzo al prato dietro casa, una volta era una discarica. Poi c’era cresciuta l’erba e anche qualche cespuglio. Se l’erano scordato tutti che era stata una discarica. Pure noi bambini. Ma era così affascinante quella protuberanza tondeggiante in mezzo al nulla! Pensavamo fosse un meteorite caduto chissà quando. E ci inventavamo giochi spaziali. Laura no. Per lei era un fortino da espugnare, con una corsa, di slancio. – È in salita. Non ci arrivi col tuo salto. Ci vuole costanza e ritmo. Così non si spezza il fiato. – Un giorno andai a casa sua. Lei abitava al piano terra del mio stesso palazzo. Suonai a lungo ma nessuno aprì. E così il giorno dopo. E l’altro ancora. Laura era andata via, mi disse mia madre. Era riuscita a volare prima di me. Senza mai correre. L’aveva aiutata una cosa che si chiamava leucemia. Non mi piaceva quella parola. Preferivo angelo. Ma avevo dieci anni, cosa ne potevo sapere io. L’unica cosa che capivo era che la mia amica se n’era andata e non mi aveva neppure salutata. E non avremmo mai corso insieme su per la collina.

(il testo è tratto dal romanzo ancora inedito dell’autrice “Quella volta che sono morta”

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