Come una paralisi

Tamburello_gal_portrait

di Paolo Marcacci

Goccioline di pioggia offuscavano la trasparenza del mondo al di fuori. Di colpo, senza preavviso.

– Chi se ne frega, a questo punto…- ebbe la lucidità di pensare. Completamente disteso, a parte la testa e il collo rialzati artificialmente. Le gambe avevano dimenticato anche cosa fosse il dolore, a parte una qualche reminiscenza di sciatalgia che ogni tanto si ripresentava; le braccia doloranti, intorpidite e al tempo stesso ormai rigide come stampelle.

Il caldo, poi, che ammantava tutto, che esagerava ogni sensazione. Non si dovrebbe mai riflettere, con un caldo così. Come facesse poi a riflettere, in quelle condizioni, non riusciva proprio a spiegarselo. Per alleviare la sete, gli avevano sistemato sotto la bocca una cannula attraverso la quale poteva succhiare una soluzione salina dal sapore orrendo, ma che aveva il merito di reintegrare in parte i litri di sudore che stava perdendo in quella particolare immobilità. Sentiva che il liquido stava finendo, come quando da ragazzini si fa rumore apposta con la cannuccia della Coca Cola e i genitori ti rimproverano per la maleducazione.  Coca Cola…La vedeva scritta ovunque, una tortura…
-E neppure un’infermiera da chiamare…-

Un pensiero idiota, del tutto fuori luogo, come molti di quelli che gli capitava di fare da qualche tempo a quella parte, da quando si sentiva ridotto così. La radio era sempre accesa, ogni tanto catturava la sua attenzione. Gracchiava, si assentava, poi tornavano parole con un volume fastidioso: pretendeva di entrargli in testa e di regolare ogni sua sensazione, persino di abbassargli le pulsazioni. Quel po’ di orizzonte che riusciva a cogliere gli pareva impalpabile, pensò che forse era giunto il momento di guardarlo con gli occhi di un turista. Era stato in tutto il mondo, ma sempre nei posti sbagliati: uguali, noiosi, si ripetevano come un girotondo.

l’aveva spesa bene o male, fino ad allora, la vita? Aveva trentotto anni, una seconda moglie e due figli, che gli erano passati davanti velocemente come ogni maledetta cosa di ogni sua giornata.

– Si vede che era destino…-

Non si era accorto di aver fatto pipì, glielo ricordò un calore diverso rispetto a quello del sudore che lo irrorava. A volte capitava, a lui e a quelli che stavano in quella posizione. Il collare era la cosa più insopportabile, quello che più di ogni altra lo faceva assomigliare ad un vegetale. Lo malediceva sempre, quel collare. Gli parve di svegliarsi da un sogno, quando tutto cominciò a rallentare e il mondo attorno si fece nitido: Shell, Good Year, Marlboro…Bandiere rosse e di altri colori, scacchi bianchi e neri…

Disfatto, dopo aver salutato con la manina come la pinna di un delfino, si fermò, gettando via l’ultima visiera offuscata dalla pioggia e dal respiro. Tolse il volante pieno di pulsantini colorati, come da regolamento e venne fuori faticosamente dall’abitacolo. I meccanici e l’ingegnere di macchina gli vennero incontro abbracciandolo: sui loro volti si leggeva il sospiro di sollievo che avevano tirato all’ultimo giro. Gli chiesero perché avesse rallentato in quel modo nell’ultima parte.

Rispose che aveva sentito qualcosa di strano.

 

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Un pensiero su “Come una paralisi

  1. bello ! lo trovo un po’ triste perchè spoglio della passione e delll’adrenalina. Forse è quello che prova un pilota a fine carriera, sì, può essere così. Rimango convinto però, che rimpiangerà per sempre quella posizione, quel collare, quel liquido schifoso, quel girare in giro, come diceva lauda. Il ritorno è certo eh eh eh.

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