Il calcio secondo un arbitro

litania di un arbitroAlla vigilia delle semifinali di champions league vi ripropongo questa recensione a un libro strano, appassionato e colto, ma leggibilissimo. Litania di un arbitro di Thomas Brussig, apparso nel 2009 per i tipi di 66thand2nd, la coraggiosa e originale casa editrice, il cui nome sembra una password, ma sa affrontare il mercato con proposte attraenti e spiazzanti.

Gli occhi di un arbitro sul calcio, sul mondo, su eventi minimi ed epocali, sul
gioco e sulla vita. Gli occhi soprattutto di un uomo che prova a raggiungere la trasparenza dello sguardo, nel tentativo di essere sempre garante dei fatti cosìcome sono.
Al di qua e al di là del tappeto verde. “Litania di un arbitro” del
quarantacinquenne tedesco Thomas Brussig è un lungo monologo di 66 pagine che è anzitutto una sfida tra una coscienza e il mondo, una dichiarazione di guerra a volte indignata, talvolta sommessa e sottile, ma sempre umanissima contro un modo di raccontare le cose tipico della società contemporanea che quella trasparenza deliberatamente evita, anzi combatte.

Protagonista è il signor Uwe Fertig – termine che in tedesco significa pronto, perfetto, completo, ma anche ultimato, finito, addirittura s-finito – arbitro internazionale e assicuratore e i fatti raccontati e intarsiati nelle riflessioni che affiorano all”uscita di un tribunale dove ha ricoperto simultaneamente i ruoli di
querelante e consulente della difesa. Una metafora evidente, assieme esatta e
risibile, dell”imparzialità, di quello stare “da nessuna parte che richiede
talento” e che è l”obiettivo dell”arbitro.
Brussig/Fertig indossa perfettamente i panni del fustigatore delle menzogne che popolano lo star system del football contemporaneo.
Qualche volta eccede nel moralismo, è innegabile, ma
il piglio, in una lingua affilatissima, resa da una traduzione italiana
smagliante e impeccabile – e il costante riferimento alla vita e ai ricordi del
“gioco del pallone” di una volta corroborano la sua indignazione anche senza
smussarne i tratti spigolosissimi, quasi accaniti, i cui bersagli tuttavia,
rimangono condivisibilissimi. Brussig si scaglia contro le chiacchiere da bar,
contro le moderne forme di comunicazione che hanno ridotto i rapporti
interpersonali a finzione; ce l”ha con speaker e vallette televisive, con le
frasi fatte, con i giornalisti e le loro banalizzazioni che amano immagini
edulcoranti o finte, mente “il mondo può essere disarmonico, contraddittorio e
dissonante”.
Solo l”arbitro si erge, disincantato, contro questa deriva e
lo fa con l”arma delle regole anche se poi anche lui è sotto la mannaia
dell”osservatore federale con i suoi questionari di valutazione a crocette.
Così il signor Fertig confida nel proprio fischietto ordinatore e, pagina dopo
pagina, spiega la sua linea di condotta anche se non si fa illusioni sui
risultati e soprattutto sul modo in cui verrà recepita in campo e quindi
raccontata dai media. Gli è d”esempio il portiere con “il grembiule in nylon
marrone” del palazzo della sua infanzia, il palazzo mastodonte di Leipziger
Strasse a Berlino Est a due passi dal Muro. La sua inflessibilità da orco,
insopportabile per il bambino e poi per l”adolescente, è diventata ora un
modello di rigore sul campo. Fertig inorridisce nel ricordo ma sa che
quell”atteggiamento lo ha fatto proprio ed è l”unica risorsa contro i
giocatori, marionette della finzione. “Ogni partita – spiega l”io narrante – è
oramai ridotta a un guazzabuglio di sguardi furtivi e strategie.” Il campo, come
il mondo, è inganno, ed ecco che poco a poco l”arbitro assicuratore lascia
emergere magistralmente dal proprio monologo degli accenni, dei brandelli di
vita reale, un evento atroce che lo ha segnato e che si è svolto proprio
nell”arco di una partita, senza che egli abbia potuto minimamente intervenire.
Un evento che si sviluppava contemporaneamente su un altro campo, in ospedale, sul crinale della vita e della morte, dove il chirurgo come l”arbitro è il
garante, quello che “usa il bisturi come il fischietto”, in modo
inappellabile.
Questa sutura dolorosa tra finzione di gioco e realtà di vita
Brussig la svela solo nel finale, splendido e amaro, e tutto il monologo viene
come risucchiato in questa scoperta conclusiva per cui ogni parola spesa in
precedenza viene repentinamente spogliata di qualsiasi altro significato ed
esposta al cospetto nudo del fatto, di fronte a quella trasparenza della realtà
di cui si diceva all”inizio e che il mondo sbandiera in modo spietato, più
spietato e puntuale del fischio che decreta un risultato, perfino di uno di
quelli che fanno storia e che la gente ricorderà per anni.
Ecco allora il merito di Brussig, che non ha scritto il solito libro che racconta il calcio col piglio retorico e vittimista di un sudamericano o il tono nostalgico e
ammiccante di un cronista europeo. Brussig non si accontenta della solita trita
costatazione per cui “il calcio è metafora della vita”, il suo di calcio è
raccontato insieme alla vita, perché l”uomo è uno ed è uno nel suo tentativo a
volte disperato ma sempre nobilissimo di opporre un senso e una regola
all”inevitabile caos della vita, al suo mistero insondabile.

Thomas Brussig, Litania di un arbitro, 66thand2nd, Euro 10
Traduzione di Elvira Grassi e Nikola Harsch

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