Gianni Rodari: il manuale per inventare favole

gianni rodariGrazie al prezioso contributo e alle indicazioni di Luisa Mattia, pubblicherò in tre puntate alcuni estratti di due articoli di Gianni Rodari, apparsi nel 1962 sul quotidiano Paese Sera. Un’inventiva unica e fragorosamente geniale che ancora si propone con una freschezza inimitabile a noi lettori del Terzo Millennio, orfani di simili figure

Il 9 febbraio del 1962 i lettori del Paese Sera appresero la stupefacente e mirabolante notizia del ritrovamento – alquanto periglioso – di un testo indispensabile per la loro cultura personale: un manoscritto redatto in origine in tedesco, tradotto poi in giapponese e pervenuto infine, nella versione inglese, sulla scrivania di Gianni Rodari che prontamente lo divulgava su quelle pagine al suo pubblico.

Nella finzione, l’autore della Grammatica della Fantasia immaginava di aver ricevuto il testo da un amico giapponese durante le recenti Olimpiadi di Roma; “un’operetta – spiegava Rodari – che sarebbe stata pubblicata a Stoccarda, dalla Novalis Verlag, nel 1912. L’autore sarebbe un certo Otto Schlegel-Kamnitzer. Il titolo tedesco dell’operetta suona testualmente: Grundlegung zur PhantastikDie Kunst Fabeln zu schreiben, ovvero Fondamenti di una Fantastica – L’arte di scrivere favole.”

Qui Rodari dimostra il suo talento umoristico assieme a una non comune cultura germanistica attraverso più di un’allusione. La Casa editrice Novalis cita il nome del grande poeta e pensatore romantico che in uno dei suoi Frammenti filosofici lamentava proprio la mancanza di una “Fantastica” che, in contrapposizione alla “Logica”, avrebbe fatto crescere “l’arte di inventare storie e fiabe”. Il primo dei due cognomi del fittizio autore dell’opera è un altro chiaro omaggio alla cultura romantica che ebbe in Friedrich Schlegel uno dei suoi più rilevanti protagonisti. L’idea di “Fondamenti di una Fantastica”, poi richiama gli analoghi Fondamenti di una metafisica dei costumi redatti esplicitamente da Kant, puntualmente citato da Rodari.

Giocando sul crinale che si incunea tra l’invenzione metafiabesca  e il fittizio riferimento documentario, Rodari ha così mano libera nel proporre dei metodi personali, paradossali e divertenti, un agile manuale per insegnare a nonni e genitori “di scarsa fantasia” a sviluppare le proprie capacità narrative ad uso magari domestico.

E il primo dei metodi suggeriti è quello del “duello di parole”: “si gettino due parole l’una contro l’altra – argomenta Rodari – e si osservino le varie combinazioni”. La prima coppia proposta dallo scrittore è rodariana doc: “pianta e pantofola”. Ma seguiamo la sua logica, pardon, la sua fantastica:

“Dal loro incontro nascerà quasi subito l’immagine di una “pianta delle pantofole”. A questo punto preciso la favola è già nata, e basterà che il narratore sviluppi a suo talento, e secondo il suo temperamento, I’immagine iniziale. Un pessimista, probabilmente, narrerà la triste e deprimente storia di un povero contadino (o mugiko, o fellagah, a seconda dell’ambiente storico-sociale) che possiede una sola pantofola e a cui un amico burlone insegna che, seminandola, vedrà crescere una pianta che recherà come frutto la pantofola che gli manca, ecc. Un ottimista, al contrario, farà alzare il suo contadino (mugiko, fellagah) di buon’ora per andare a zappare nei campi: dove giunto egli troverà che un vecchio fico ha fruttificato, ma da ogni ramo, al posto dei fichi, penderanno a due a due pantofole d’ogni foggia e colore che egli coglierà: aprirà un magazzino per commerciarle, arricchirà, ecc., probabilmente a patto che nessuno salga mai sul suo albero prodigioso. Un narratore d’indole burlesca, a questo punto, si deciderà a burlarsi del contadino-calzolaio, mandandogli alle calcagna un lupo che lo obbligherà ad arrampicarsi lui stesso sull’albero delle pantofole, distruggendo l’incantesimo. Il moralista trarrà facilmente una morale dalla favola. Non esiste niente al mondo da cui non possano trarsi almeno due dozzine di insegnamenti morali profondamente e irreparabilmente contraddittori. ”

Il secondo metodo, più raffinato secondo Rodari, è quello del “sasso nello stagno” in base al quale ci si affida alle suggestioni che una sola singola parola genera, esattamente come un sasso che forma dei cerchi nello stagno apparentemente immobile della fantasia. Se la parola è “fuoco” e chi la maneggia è Rodari le conclusioni sono ancora una volta esilaranti e spiazzanti. Basta pronunciarla, dice Rodari, e si formeranno nella mente le associazioni più improbabili e reciprocamente incoerenti: “dalla lampada di Aladino all’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo” fino al “fuoco di Vesta e al vostro accendino”.

Ecco allora, conclude Rodari, che tutti gli elementi della vostra memoria “vanno in agitazione” per cui “rompe le nuvole una piccola pioggia di frasi fatte: col ferro e col fuoco; fuoco a volontà; non c’è fumo senza fuoco, ecc. Ecco apparire i primi cerchi. Improvvisamente l’occhio vi cade su una poltrona, mentre dentro di voi la voce grida: fuoco! Ma proprio fuoco col punto esclamativo. Una esecuzione capitale. La poltrona fucilata. Via! Varate la vostra barchetta. Il dittatore vuole disfarsi dei suoi nemici. Egli odia la poltrona, che oppone ai suoi ordini una calma impassibile, una resistenza passiva delle più irritanti. Sia fucilata! Ma anche le pallottole la trapassano senza ucciderla. E’ sempre una poltrona. Ci si può tuttavia schiacciare un sonnellino. (1. Continua)

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3 pensieri su “Gianni Rodari: il manuale per inventare favole

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