Reggio Calabria/1 Di quali racconti siamo figli

10_Convegno_Nazionale_1_Pagina_1Ecco qui di seguito alcuni passaggi delle relazioni degli autori e critici letterari che a Reggio Calabria, durante il convegno “Nei boschi narrativi alla ricerca del lupo”, hanno condiviso con il pubblico alcuni elementi fondanti la poetica e l’arte del racconto secondo la lezione di alcuni “padri” del genere.

(Paolo Cognetti ) I racconti migliori danno sempre l’idea che ci si trovi come sospesi tra un prima e un dopo. E questo perché probabilmente il  senso di una storia non è nel finale ma è nascosto in mezzo, in una rivelazione al centro. E allora, quando quel senso si è rivelato, posso anche lasciar andare i personaggi per la loro strada. Così, sia l’autore che il lettore è come se guardassero dallo spiraglio di una finestra la vita di qualcun altro. Hemingway diceva che, come per l’iceberg, quello che non si vede e cioè il non detto dà alla storia tutta la sua forza. Un altro elemento centrale è il mistero della personalità: uno scrittore, spiegava Flannery O’ Connor deve essere in grado di far comportare le sue persone e abile a utilizzare quei comportamenti così da far percepire al lettore “il senso dei costumi e il senso del mistero”.

(Stas Gawronski) Checov è un autore particolamente adatto a un tempo di crisi come il nostro. Per lui un aspetto fondamentale è recuperare il senso delle domande invece di elaborare delle risposte. La sua ricetta fondamentale quindi  è osservare la realtà, non costruire una filosofia; attenersi così alle piccole cose quei dettagli che mostrano chi siamo, le nostre fragilità… Così Checov ci porta sulla soglia della domanda: “quanto ci conosciamo ?” e ci mostra il destino di tante vite bruciate proprio in origine da una concezione erronea del proprio destino, della propria personalità.

(Paolo di Paolo) Una delle caratteristiche dei racconti di Cheever che si impongono subito all’attenzione del lettore è che i suoi personaggi sono come non sincronizzati con il proprio tempo. Già nei racconti di esordio, quelli che scrive attorno ai 19 anni, leggiamo e riconosciamo le ossessioni che governeranno tutta la sua opera narrativa. Un altro elemento centrale nei suoi racconti è l’insistente definizione del paesaggio, degli ambienti e delle stagioni: non si tratta mai di un fondale ma di qualcosa di decisivo per quello che succede. Quando Cheever apre un racconto su un paesaggio o su un ambiente, quella cosa lì deve avere una sua necessità: lui è sempre ossessionato dallo spazio intorno a ciò che accade.

(Bruno Demasi) Mario La Cava è stato un grande scrittore calabrese, anche se meno noto di un Corrado Alvaro. Nei suoi “Racconti di Bovalino” non ci fulmina con una scena, non c’è un passagio o un momento che si impone. I suoi testi hanno uno snodo orizzontale descrittivo, si sviluppano come tappeti intessuti di eventi, con una tecnica che non è altro che la trasposizione in lingua italiana dei cunti calabresi. Nella nostra tradizione infatti non esiste il concetto di fiaba come storia fantastica, il cunto si chiama semplicemente “fatto” e sono fatti le vicende strane e a volte incredibili che La Cava ci racconta.

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