Monologo con un figlio

Bambino di spalledi  Marco Maresca

Vedi, quando sono andato via di casa non credevo che potessi soffrire a tal punto. Sì, prima e seconda persona singolare. Anche se la seconda è arrivata dopo un po’.

Mi chiedi se c’è un senso a tutto questo, e io ti rispondo che il senso di tutto questo sta nella ricerca di un senso che non c’è. O forse è meglio dire nell’ossessione che un senso possa esistere, e nell’ostinata difesa di questa ossessione. Tutto falso, quindi. Ma all’inizio non potevo capirlo. Qualcuno me l’ha gridato, certo, ma non potevo sentirlo. Sì, anche tu, a modo tuo, me l’hai gridato. Un sordo non può ascoltare neppure le parole di un figlio. Vedere? Come può farlo un cieco così distante dalla sola idea di una redenzione?

Credo che ti considerassi piccolo al punto di non presupporre neppure l’idea della tua sofferenza. Immagino che ritenessi – prima persona singolare – il nostro legame forte al punto che non ti avrei mai perso. Sì, lo so che non ti avrei perso, che un giorno avresti capito, che sarei stato lo stesso il tuo papà in eterno. Ma ho creduto di lasciar fare il tempo al posto mio. Fai bene a dirlo, sono stato un vigliacco. Va bene, a pensarlo soltanto.

La cosa più inspiegabile? Senz’altro starmene per ore a guardare il soffitto disteso sul letto di un’anonima camera da letto. Non so, qualcosa mi inchiodava al materasso impedendomi, non solo di alzarmi, ma anche semplicemente di guardare da un’altra parte. Già, a cosa pensavo… In realtà non c’erano troppi pensieri. Era un’attesa continua di qualcosa che si auto-risolvesse. Era l’incapacità di scegliere tra un’idea seducente e la verità che tu rappresenti. Niente male, vero? Aspettare, intervallando sporadicamente progetti liberatori riguardanti le cose che mi piacciono. Hai capito bene. Quelle che mi piacciono, non quelle che reputo importanti. C’è una bella differenza, questo lo puoi capire. Di tanto in tanto credere di amare. No, questo non te lo spiego ancora. Arriverà il momento, in futuro.

Come potrei mai pentirmi, se questo è il posto dove voglio stare? Questa è casa mia. Ogni centimetro di muro mi appartiene. Mobili, libri, finestre, biancheria da lavare, pattumiera, lavabo, tutto mi appartiene. Nel senso che io appartengo a tutto questo. Sì, anche tu mi appartieni, proprio come io appartengo a te.

Sono tornato per sempre. Scusa se rido. Perché rido? Per un motivo piccolissimo. Sì, te lo dico. Rido perché un giorno sarai tu ad andartene. E io ne sarò felice. In fondo, è anche per questo che sono tornato.

Vorrei dirti di più. Fare di più per te. Soprattutto fare in modo che questi mesi non siano accaduti e che tutto questo non abbia mai più a succedere. E vorrei spiegarti e lasciarmi capire meglio. Se solo sapessi parlare. Se solo sapessi ascoltare. No, prima persona singolare.

Pure io ti voglio bene. Sì, anche a mamma…

Marco Maresca

30 marzo 2013

Annunci

3 pensieri su “Monologo con un figlio

  1. Un allontanamento come lacerazione, ma poi il ritorno. Purtroppo, non sempre possiamo evitare alcune ferite, ma queste si possono risanare proprio nel cuore della famiglia.
    Bella la sottolineatura della differenza tra ciò che piace e ciò che è importante. Qui ha prevalso ciò che è importante…che piace anche di più di quanto non ci è dato immaginare.

  2. No, no, no!!!!!!!!!!Queste cose si devono evitare a “monte” !!!!!!!!!! Grazie, comun que, Saverio di averle scritte così ci si riflette un pò su

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...