La carpa

 fiume teveredi Marco Maresca

Il Tevere in un mattino sorridente della periferia nord di Roma. Un fiume calmo che scivola attraverso un verde impensabile solo poche centinaia di metri prima, che offre sponde capaci di far dimenticare di essere dove si è, e che, da buon romano, è capace di dare al cauto passeggiante una lezione che non dimenticherà.

Della nebbia ormai diradata resta solo un cenno, come una nuvola di soffioni portata dalla brezza al centro del fiume. Come un fantasma che non riesce ad abbandonare la notte appena passata. Proseguo ancora un po’.

Dietro un salice bianco scorgo due persone che pescano. Mi avvicino. Il vecchio sta spiegando come legare l’amo e il bambino ascolta con l’attenzione viva dei bambini. Poi il vecchio mette l’esca – forse mais, o pasta – e con un movimento atletico che si fa beffe dell’età lancia la lenza col suo seguito accattivante verso il centro del fiume.

Mi avvicino ancora, restando oltre i limiti del disturbo. Mi siedo, facendomi spazio nell’attesa dei due. E sto a guardare.

Il pesce arriva dopo pochi minuti. Il vecchio recupera bene, con le movenze rese abili dall’esperienza. Il pesce finisce nel retino, poi fuori dell’acqua. Grida di gioia del bambino, felicità composta del vecchio. E’ una carpa.

Pescano ancora, stavolta senza risultato. Decidono quindi di andarsene. E qui iniziano a litigare. Il bambino vuole portare a casa il pesce, simbolo del suo trionfo di pescatore, ma il nonno gli spiega che i pesci del Tevere, e del Tevere di Roma, non sono buoni da mangiare perché il fiume è troppo inquinato. Meglio rimetterlo in acqua, vivo o morto che sia. Io protesto mentalmente e aggiungo che ogni pesce pescato deve essere rimesso in acqua, che non è giusto uccidere, tanto meno gli animali, tanto meno con l’inganno, che siamo tutti esseri viventi e apparteniamo solo alla natura e, insomma, che tutti dovremmo essere vegetariani come me. Il bambino non desiste, e neppure il vecchio. Vorrei avvicinarmi per dire la mia, ma credo sia meglio lasciare che il vecchio convinca da solo il bambino.

Passano i minuti, e i due sono ancora lì che litigano. Il bambino adesso grida, accenna un pianto a metà tra l’ira e il capriccio. Il vecchio perde la pazienza, e gli da uno schiaffo. Momento di silenzio, poi continuano a litigare. Mentre il pesce, senza il beneficio della comprensione, inizia ad agonizzare seriamente.

Decido di andarmene per non rovinarmi la giornata. Prima che il duo sparisca dietro i rami del mio salice bianco, mi accorgo che il pesce giace immobile in terra. Tragedia finita. Chiudo il sipario ed esco.

Il Tevere mi accompagna un altro po’, tra canneti e cespugli di piante senza nome. Poi decido di tornare indietro. Incrocio il vecchio col bambino che camminano in silenzio. Li guardo cercando di capire come sia andata a finire la vicenda della carpa. Si allontanano in fretta.

Più avanti, il sentiero si biforca. Prendo la via di sinistra, pensando che forse mi farà raggiungere prima l’auto. Passo delle baracche. Sono cumuli di legno e lamiera tra i giunchi, intervallati da anime tristi sedute per terra. Cammino ancora, attraverso del fumo. Persone dal viso sporco mi guardano. Stanno cucinando qualcosa su un fuoco improvvisato.

Finalmente arrivo all’auto. Poco distante vedo il vecchio che sta parlando con una donna che tiene per mano il bambino. Le sta raccontando della pesca, di come hanno catturato una carpa, di come non riuscivano a decidersi se portarla o lasciarla, di come nel frattempo il pesce sia morto, di come un giovane dal viso sporco sia passato di lì e abbia chiesto se potevano vendergliela per far mangiare la sua famiglia, di come siano restati in silenzio e gliel’abbiano regalata.

Il Tevere in un mattino sorridente della periferia nord di Roma. E più di un motivo per affrontare bene il resto della giornata. Sorridendo.

 

 

 

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2 pensieri su “La carpa

  1. Delizioso flash letterario. Sensibilità di sentimenti. Volontà di risolvere le situazioni umane. Vicini a chi sta alla “periferia” come dice Papa Francesco.

  2. Così un gesto di gratuità fa tornare la pace fra il vecchio e il bambino. Quando sarà grande, il frugoletto protagonista di questa storia ripenserà a quel mattino, sul Tevere, col nonno e a quello che imparò: a pescare, ma anche a non approfittare dello stato di bisogno altrui, anzi, a farsi prossimo.

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