Rendez-vous

Mura_Rocca_Montanina_1di Diego Vitali

Era una cosa strana che Lucas decidesse così, all’improvviso, dopo un silenzio di anni. Per di più nessuno aveva ricevuto preavvisi, o segni, che da qualche parte, lontano dal loro mondo, gli eventi si stessero muovendo, scalzando la ruggine dagli scalmi e dai binari, senza quindi potersi preparare, in nessun modo. Forse, a dirla tutta, di questa cosa nessuno aveva espresso il desiderio – neanche con quegli auspici vuoti ma rassicuranti proprio perché vuoti – ma in qualche modo essa aveva trovato accoglienza, ricettacolo, strano a dirsi – o forse no – in un coacervo di sensi di colpa, volontà di recuperare davanti al tempo, stasimi che si agitavano da mesi e poi anni nel buio delle stanze a cui non si vuol pensare .

Vediamoci, tutti quanti. Dobbiamo essere tutti però.

La voce di Lucas attraverso il telefono. La stessa voce di ieri, cioè di dieci anni prima. Una posata che cade a terra, nell’indifferenza. Una voce un po’ più metallica dell’ultima volta, un po’ più roca, ma forse sono i disturbi, è il cellulare che prende poco. Ma dove sei? Dove sei stato?
Dove sei stato, Lucas?

La Rocca non era affatto piaciuta a Isabella, come idea. C’erano delle cose che gli altri non sapevano, ma non dubitava che questo valesse per ciascuno di loro. La Rocca era stato il posto dove Lucas l’aveva portata, tanti anni prima, e dove lei si era lasciata portare perché immaginava quello che sarebbe successo e lo desiderava, ma non aveva potuto immaginare lo sguardo perso di lui, la sconfortante impotenza dei suoi diciannove anni di fronte all’enigma del desiderio, le sua mani che la sfioravano come cercassero di scartare un pacchetto di pizzo prezioso, le vesti di una Madonna, e lei che non sapeva come fargli capire che era tutto giusto, che andava bene così, che così era come doveva andare. Non avete capito niente, di lui. Non avete mai capito niente. Parole, solo parole, stese sulla dura roccia della realtà.
Paolo non aveva mai pregato prima d’ora. Sì, quelle cose che ti fanno ripetere al catechismo e ti impongono anche di crederci sennò lo Spirito Santo non viene e tu cadi nel peccato. Ma a lui non era mai capitato di rivolgersi a Dio. Di farlo sul serio. Del resto, non c’era motivo di sentirsi anomali da questo punto di vista, era convinto che anche i suoi più cari amici fossero del suo stesso orientamento. Tesi a una ricerca della felicità che si sarebbe interamente svolta alla luce dei fenomeni, più o meno reali. Quello che Paolo non sapeva, e che Isabella forse aveva oscuramente intuito, ma così come si avvertono le ombre della notte a cui non è possibile dare nome, è che Lucas, nel lungo corso dei suoi anni lontani, aveva iniziato a pregare. Ma pregare sul serio.
Dio. Ti prego, Dio. Almeno oggi. Almeno oggi.
A bassa voce. Nella cattedrale della solitudine. Nel silenzio assordante, rimbombante, ogni eco può diventare una voce.

 

Dai, sarà fico. È così tanto tempo che non ci vediamo. Che hai da fare? Prenditi un permesso, no? Manca ancora un mese, ce la fai. La voce ridanciana, spensierata, prometteva un pomeriggio piacevole, un incontro di tutti loro, un rendez-vous.

Ti prego.
Ma sì, perché no. Se viene anche lei…

Paolo sentiva una sorta di fastidio, una ciste sotto pelle, che diventava irritazione e andava a pescare nel grande sacco delle linee interrotte e volutamente celate, nel grumo del rigetto, e poi nel cesto delle risposte da avere pronte per ogni occasione ma che non vengono mai quando servirebbero, tutta una filiera che conduceva in una stanzetta chiusa a chiave, in cui nessuno poteva entrare, con la porta accuratamente riverniciata in modo che non si notassero discontinuità nell’andamento dei corridoi e delle pareti che si attorcigliavano intorno alla sua casa, il suo matrimonio, la sua famiglia, quella piccola stanzetta conteneva la gelosia, e Paolo si sentiva drizzare i peli sulla nuca e sull’avanbraccio all’idea di scoprire se era ancora viva e velenosa come l’ultima volta che l’aveva vista in faccia, e non in uno sfocato filmino di ricordi. Certo che viene. Come potrebbe mancare.
Prega, va bene. Ma cosa preghi, Lucas? Chi stai pregando?

Ma non so, dai, c’è mia moglie che lavora, mi dispiace che poi torna e non trova nessuno a casa, sai com’è…
No, non so com’è.
Ne avevano parlato, negli anni, Paolo e Isa, come due carbonari davanti a un cognac. Si erano interrogati sulla natura costituzionalmente ambigua e sfuggente del loro amico.

Ma è davvero mai stato nostro amico? Che cosa ci ha mai detto di lui? Intendo, di vero, di verificabile?

È come se fosse fatto di stelle. Ogni pezzetto di lui… ha una massa tendente all’infinito, incalcolabile. Potrebbe schiacciarti, inghiottirti, annichilirti, con la sua sola presenza, la sua gravità. Diceva Isa, che sapeva di cosa parlava.

Paolo conosceva la vera storia. Di sua madre, che non era chiaro se fosse morta nel darlo alla luce, come la versione ufficiale riportava, o se invece fosse altrove. E quella parola acquisiva tutto un suo peso nel computo di una vita, è chiaro. Paolo sapeva molte cose, anche l’altra, che in teoria era un segreto, una voce che in qualche modo è uscita alla luce ma che non si osa pronunciare. Una voce flebile, notturna. Che Lucas aveva un fratello gemello, Matias. Nessuno l’aveva mai visto però. Forse stava con la madre, se la madre era davvero semplicemente fuggita. Però anche questo era strano. Sparire dopo il parto, portando con sé soltanto uno dei due figli. E lasciando l’altro. Perché? Non aveva senso.

La madre era una francese, ma originaria di qualche paese dell’est. Non sapevano con precisione. Il padre era italiano. Quello lo conoscevano bene. Erano amici d’infanzia, di scuola, di crescita. Si conoscono i padri. Si dà del lei. Poi, crescendo, si passa al tu. I genitori sono sempre molto ospitali e caldi con gli amici dei propri figli, quando questi gli vanno a genio. Il padre di Lucas si sforzava di adeguarsi a questa regola, ma con esiti che non controllava totalmente.

Ricordi quella volta che ci fece il caffè e per poco non esplodeva tutta la cucina?

Ho pensato: ma com’è possibile che in questa casa nessuno sappia far funzionare una moka?

Eppure era così.

Al terzo bicchiere Paolo aveva allungato una mano verso quella di Isabella, che era secca e calda. Si era lasciata toccare, per qualche istante, poi si era ritratta. Come se lui potesse vederla.

Scusa.
Non è niente.

Il fuoco crepitava nel camino, come aveva sempre fatto, da secoli.

Pronto, Isa, ci sei?

Sì, eccomi, come stai? Quanto tempo!

Bene, bene… E tu?

Saranno dieci anni.

Più o meno…

Certo che è strana questa storia.

Te lo volevo dire anch’io.

Ma perché proprio lì? Proprio alla Rocca?

Un micro tremore nella voce. Come a teatro. Quel cedimento che il pubblico non avverte, ma il tuo partner sì, e impercettibilmente gli rallenta il sangue nelle vene.

Non ne ho idea.

Perché bisogna salire.

Vuole che saliamo.

La voce di Lucas era cambiata. Era stata come raschiata, sdrucita. Ma era sempre delicata, un capo d’alta sartoria.
Ascolta.

Che cosa?

Shhh.

Non sento niente.

Ascolta il respiro delle cose. Gli alberi, i sassi, per terra, i fili d’erba. Puoi sentirli?

Ascolta il respiro delle cose, e seguilo. Sarà lui a portarti. Non devi andare da nessuna parte. Non c’è nessun posto dove arrivare.

Lui era lì, adesso, in mezzo a loro. Come un santo tra gli infedeli. Non c’era più quasi niente di quello che ricordavano o avevano creduto oscuramente di ricordare anno dopo anno.

Lucas, dove sei?

Ma chi sei?

Chi sei diventato?

La verità è la faccia del sole che nessuno tollera di fissare.

Chissà che avrà fatto in tutti questi anni.

Non saprei. Ha lavorato in una onlus per un periodo, poi se n’è andato.

Era il periodo del Sudamerica?

Credo di sì… io l’ho sentito nel 2001 o 2002 ed era a Berlino, ma solo di passaggio.

E da quando sarà tornato a casa?

A volte penso che fosse tornato da un sacco di anni, ma senza dircelo. Senza farsi vedere in giro. Nascosto in una sua vita in cui non c’era posto per noi.
Questo pensiero li rese entrambi tristi. Ma la vita richiede che questi stati vengano rapidamente accantonati. Solo che non per tutti è così.

Isa, tu… Magari…

Sì…

Niente, dai, non importa.

Camminava davanti a loro. Ogni tanto si voltava a vedere se restavano indietro, o come per un impeto di protezione nei loro confronti. Lucas. Era più magro dell’ultima volta. Aveva delle scarpette di tela così sottili, ma camminava agile tra sassi e chiazze di nevi residue.
Il sentiero si distingueva in modo chiaro nel sottobosco, ma era piuttosto ripido. Questo impediva loro di avere una vera e propria conversazione, perché il fiatone inghiottiva ogni sillaba. Paolo e Isa ne furono sollevati. Ogni tanto si rivolgevano un sorriso di circostanza.

Anche tu qui? Sì, anche io.

Si erano scambiati qualche informazione al bar in fondo alla valle, davanti a un caffè che sapeva di bruciato. Lui aveva chiesto un tè. Chissà dove l’aveva presa quest’abitudine. Non fumava neanche. Paolo sì; Isabella ne chiese una a sua volta. Lucas sollevò leggermente i lati della bocca, ma non è detto che fosse un sorriso.

Gli alberi erano alti, fitti. Nascondevano.E poi, la Rocca. Il luogo del rendez-vous. Lucas fu il primo a poggiare le sottili suole di gomma sul marmo smangiato dai secoli. In realtà era un ponte medievale, che attraversava la vallata con un unico balzo, ma tutti lo chiamavano la Rocca, forse per analogia con la Rocca vera e propria, un palazzotto poco più in alto.

Ancora qualche passo. Lucas si addentrò verso l’incontro con il panorama, immensamente aperto e accogliente davanti a lui, fatto di fumi e vapori che salivano dal profondo delle forre sottostanti, di cui non si distingueva che una massa intricata di bruno. Doveva esserci anche un rivolo d’acqua, ma era coperto dalla vegetazione. Il salto era di centinaia di metri. Di fronte, il sole, ormai alto, attraverso i vapori. La terra che si distendeva, si apriva, quasi con fatica, come un parto, fino alla pianura in cui tutti loro erano nati, laggiù. Il passaggio sul ponte era stretto, ma Lucas camminava dritto e sicuro. Non c’erano altri turisti. Il che poteva anche essere strano, o forse era solo che ancora era troppo freddo.

Si voltò a guardarli, con quel sorriso obliquo. Che fate, non venite?

Si avvicinarono, appoggiando la mano ai merli che cingevano solo uno dei lati, lasciando l’altro scoperto.

Ve l’avevo detto, no?

Cosa? Disse uno dei due.

Che sarebbe stato bello.

Cosa?

Ritornare, rivederci.

Paolo non riuscì a impedirsi di pensare ai suoi figli. Avrebbe voluto chiamarli, ora. Erano a scuola? Poteva chiamare la segreteria, dire che era un’emergenza di famiglia, farseli passare. Sentire la loro voce. Isabella era lì. Allungò una mano. Ma non riuscì a toccarla, o lei non si fece toccare. Isa aveva sempre avuto paura di quel posto. Non voleva guardare giù, tutte le volte. Eppure alla fine una forza invincibile la guidava sul ciglio e la spingeva a sporgere la testa. L’attrazione gravitazionale.

Perché, Lucas?

Ascoltate, ora.

Il respiro.

Inspirò, non forte né piano, trattenne l’aria solo per un attimo, poi la lasciò andare, ma come se questa avesse avuto la facoltà di scorrergli per tutto il corpo, dai polmoni fino alla punta dei piedi e delle mani.

È il respiro, l’unica verità.

Provate anche voi.

Chiusero gli occhi. Inspirarono profondamente. Poi espirarono. Lucas era lì, vicino a loro, ne sentivano il battito del cuore, la presenza. Erano a pochi passi dal ciglio.

Respirate.
Qualcuno, Isa o Paolo, colse un movimento con la coda dell’occhio, una sorta di inchino.
Quando riaprirono gli occhi, Lucas non c’era più.

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