Per chi suona la campanella”. La scuola italiana vista attraverso i professori

copertina libro paolo marcacciQuesto è il prologo del romanzo/apologo di Paolo Marcacci, la storia degli anni di “apprendistato” di un giovane professore nella giungla postmoderna e surreale della nostra scuola, vista attraverso le vicende grottesche di alcuni colleghi dal nome fittizio a differenza delle storie che sono verissime…

Questo libro non può che iniziare con un sottofondo di cicale: forte, assordante, che sembrava far sobbalzare tutto: gli alberi, le macchine parcheggiate, le betoniere ferme sotto il sole, gli attrezzi dei carpentieri che stavano lavorando in un cortile di Casalotti, Roma Nord.

Era una giornata di luglio, di quelle in cui la città si squaglia davanti agli occhi, con l’orizzonte liquefatto come quando si guardano i Gran Premi di Formula Uno. La nomina m’era arrivata tre settimane prima, con tre telegrammi uguali (già da questo particolare avrei dovuto evincere certe caratteristiche di quello che sarebbe diventato il mio ambiente di lavoro), dove mi si invitava a recarmi nella ridente Latina per scegliere la destinazione: graduatoria A043, Italiano-Storia-Geografia-Educazione civica per la scuola media. Tem-po-in-de-ter-mi-na-to! Chiedo scusa in maniera contrita al Ministro Fornero, per la definizione osé.

I telegrammi li ritirò mia madre, paonazza per l’emozione, incredula, direi persino diffidente circa il fatto che il suo primo figlio, ex (ma neanche tanto) ragazzino lunatico, studente dal rendimento alterno e ondivago, frequentatore di baretto, campetto e ogni altro ambiente cui si addicesse un vezzeggiativo “cazzaro”, fosse ufficialmente diventato professore. No, dico: pro-fes-so-re! Cosa deve aver pensato, povera donna! Quello di artistica alle medie si lamentava, quella di musica m’avrebbe impalato come il Conte Vlad (preside mancato in Transilvania) faceva coi suoi nemici, quella di matematica alle superiori m’aveva convinto che essere rimandati a settembre (altro che “debiti”! Rotture di palle quando per gli altri era Ferragosto) fosse la regola dell’istituto… Dormivo sempre con le antologie sotto il cuscino, è vero, ma non perché fossi bravo né tantomeno studioso: facevo quello che mi piaceva, semplicemente e leggere mi piaceva tanto, creava realtà alternative ogni volta e costava molto meno dell’acido lisergico, particolare non trascurabile per chi, come me, all’epoca non godeva di un reddito proprio.

Ma non divaghiamo: la nomina, dicevamo, seguita, con sette annidi ritardo, al superamento del Concorsone del 2000, quello in cui per fare gli scritti ci radunarono all’Hotel Ergife (sarebbe occorso il Maracanà, ma il Ministero anche quella volta non aveva i fondi per la trasferta),scaglionandoci in più giornate.

Latina, in una giornata di luglio: buon modo, per quanto forse troppo severo, per espiare i propri peccati, quali che siano. Un tendone, forse Palasport o simili, ore di attesa e chiamate con preghiera di esibire la nomina. Ascelle alonate, caramelle spacciate sottobanco solo a quelli che si conoscevano o con cui nel frattempo si era riusciti a fraternizzare, fogli usati a mo’ di ventagli, ventagli oscenamente fiorati che facevano rimpiangere la sobrietà dei fogli.

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