Aprile: il mese di Patrick Kavanagh

KavanaghNel corpus di poesie di Patrick Kavanagh mesi e stagioni rivestono un ruolo centrale, per una lirica come la sua così esposta alla natura, a venti, brezze, albe e tramonti. In particolare il mese di Aprile gli ha ispirato due poesie  tra contemplazione, malinconia e speranza di rinnovamento. La prima si intitola proprio così, semplicemente ‘Aprile’

Adesso è l’ora di ammucchiare le ceneri
dei fuochi fatui accesi dall’inverno.
Questo vecchio tempio deve cadere,
non oseremo lasciarlo in piedi
buio, disadorno, deserto.
Al suolo! Radetelo al suolo!
Qui stiamo costruendo una città nuova e luminosa.

E’ morta quella vecchia zitella malaticcia
che ci sfamò di carne cruda,
e nei campi verdi la Vergine della Primavera è incinta
per opera dello Spirito Santo.

Uno spiraglio confidente aperto alla novità, a uno stravolgimento che cancella la vita passata e la rinnova anche se solo in germoglio. Più amara e introversa è invece la contemplazione della vita, del suo fermento, che rimane estranea per il poeta più invecchiato di ‘Crepuscolo d’aprile’ che si sente esiliato dalla pienezza dell’esistenza così come si afferma tutt’ attorno: dal silenzio di una stalla, alla solitudine di una strada, agli enigmi minacciosi della politica internazionale

Crepuscolo d’aprile.
E’ tragico essere poeta ora
e non un amante
in estasi sotto il più silenzioso dei rami.

Guardo fuori dalla mia finestra e vedo
il fantasma della vita svolazzare con ali di pipistrello.
E sono così vecchio come può mai esserlo un saggio,
e son così solo come il primo dei pazzi fatto re.

Nela stalla il cavallo si ritrae
dalla greppia che rigurgita fieno, sognando l’erba
montagne d’erba fresca e tenera. Oppure nitrisce
parole gelose per l’asino di John MacGuigan che mai
fu educato alla stalla e ai finimenti?

Un ragazzotto stonato fischietta giù per la strada
per nulla preoccupato delle sorti d’Europa,
mentre siedo qui provando quel dolore sottile
che ha sopportato ogni poeta costretto al silenzio

 

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