Quella voce che nessuno spegnerà mai

fotodi Cetta De Luca

Via Nomentana 1111. L’indirizzo era facile da ricordare ma allora, nel 1975 a Roma, era come cercare una coordinata sulla luna. Avevo quindici anni e la testa piena di sogni. Quel giorno avrei incontrato il mio futuro manager, quello che avrebbe trasformato qualcuno di quei sogni in realtà. Il Cenacolo, così si chiamava il reparto creativo della RCA, era una sorta di fattoria in mezzo al nulla. Oggi è un pezzo di città ingolfato da edifici e piccole industrie, ma allora c’era la campagna e ci si arrivava con un solo autobus. Era la periferia della periferia e a me e mia madre parve un viaggio infinito arrivarci. Ma lì, lì c’era la musica. Un cuore pulsante di note e ritmi, un fermento creativo che non si stemperava neanche coi fiumi di birra e l’odore di erba fumata profusi in ogni angolo. Mia madre soffriva in silenzio. Io guardavo ogni faccia pensando:”Questo mondo è il mio mondo adesso.” Non ero intimorita dal futuro. Qualunque cosa ci fosse dietro l’angolo l’avrei accolta, come la lieta novella della Madonna. Per darmi un contegno e sentirmi parte di quel tutto colorato e impregnato d’arte, imbracciai la mia chitarra. Le dita incerte cercarono le corde più familiari, gli accordi semplici. Un giro di Sol, un ritmo 4/4, e la voce sussurrando si unì alla melodia. All’altro capo del lungo tavolo di legno in cui mi trovavo, una donna giocava a carte con due uomini. La partita pareva volgesse a favore di lei. Lo intuii dal sorriso soddisfatto che aveva stampato sul volto. Non la vedevo bene. Gli occhi erano celati da enormi occhiali da sole. La verità è che i volti noti diventano familiari a un certo punto, e quando te li ritrovi davanti non distingui più ciò che incontri in TV da ciò che incontri di persona. Per questo non la riconobbi. Mia madre era stanca di aspettare questo fantomatico manager. – Cantami la mia canzone, così mi distraggo un po’. – La sua canzone era “Nevicate”, e sottovoce cominciai la prima strofa. Non è facile da sussurrare Nevicate. Ha bisogno di gonfiarsi, piano piano, e di graffiare ogni tanto. La voce deve seguire il ritmo dell’amore e del dolore quando si canta, e io ero così giovane allora che ancora non avevo provato tutto questo. Alla seconda strofa me ne accorsi. Un’altra voce si era unita alla mia, matura, sicura, amorevole,dolorosa e… familiare. Alzai gli occhi a cercarla e la vidi. All’altro capo del tavolo la donna aveva smesso di giocare, si era tolta gli occhiali e cantava con me. Solo a quindici anni si può avere la sfrontatezza di proseguire un canto davanti al legittimo interprete. Solo una come Mimì avrebbe potuto unirsi a me mentre eseguivo una sua canzone. Alla fine ci furono applausi e complimenti, ma io non me ne accorsi. Lei mi aveva fatto cenno: – Avvicinati. Sai giocare a scopone scientifico?Sì? Dai, fai coppia con me, che mi aiuti a batterli. – Non ricordo come andò la partita. A un certo punto mi chiamarono. Il mio manager era arrivato. Lei mi guardò e sorrise, prese una penna, mi chiese la chitarra e, sull’adesivo gigante col simbolo della Trinacria scrisse “In bocca al lupo per tutto. Se hai bisogno cercami, io ci sarò. Mia Martini”.

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