Il cinema italiano in cerca di quarantenni

Bovadi Elvio Calderoni 

 

40enni in crisi.
40enni che si riscoprono padri, 40enni che si indignano, 40enni che combattono con la crisi.
40enni alle prese con bilanci di varia entità. Questo è quanto il cinema italiano (medio?) sta mettendo in scena in questi anni ’10.

Senza scomodare autori come Virzì o Sorrentino, o scendere un gradino più giù verso la pochade alla Brizzi (che pure prometteva bene ), c’è una generazione (e una zona, romana) che si sta rimboccando le maniche alla ricerca di storie. In autunno, VIVA L’ITALIA di Massimiliano Bruno, ha provato a ridare linfa all’idealismo. Un idealismo pur vago ma di pregevole fattura. Servito al meglio da un copione spumeggiante con attori in stato di grazia (sì, possiamo dire che gli attori, in Italia, ce li abbiamo, e che rendono bene lo smarrimento contemporaneo, l’afasia, l’incapacità di ritagliarsi riferimenti netti, certi). Ora, con lo stesso Bruno soggettista, ci sta provando (e riuscendo, senza dubbio) Edoardo Leo, con la sua opera seconda BUONGIORNO PAPA’.

Spesso il cinema italiano si è interrogato sui Peter Pan incapaci di crescere, figli invece che padri, oggetti d’amore e del desiderio piuttosto che soggetti solidi e determinati a vivere la propria età. Ma raramente con questo disincanto e questa precisione: il Raoul Bova protagonista del film (di entrambi i film, peraltro) assurge a simbolo dei 40enni sempiterni adolescenti (con accenti diversi, siamo dalle parti di Hugh Grant e di ABOUT A BOY), incapaci di vedere sé stessi, i propri cari, le responsabilità, la missione.

Sì, la missione. E’ probabile che ognuno di noi la abbia ma che si nasconda molto bene sotto coltri di impegni e di ruoli. Non è da poco, per niente da poco, l’intenzione comunicativa della commedia sentimentale italiana. Spingere a fondo l’acceleratore sulla costruzione dei rapporti e sulla decostruzione della maschera. Se non ha la profondità di Pirandello, è perchè la contemporaneità impedisce l’assolutezza del giudizio, ma le recriminazioni di questi personaggi ( che un autore l’hanno trovato ) profuma di vita, e di vita e consuetudine di questi stranissimi anni ’10. E diventano documenti. Documenti di un cinema che si sta sforzando di tornare vicino all’esistente e alla civiltà, di farsi carico di valori defunti, di riflessioni magari non inedite ma sempre rinnovabili. E di una vita che spesso non fa che giocare a nascondino con quegli stessi sentimenti che dovrebbero riempirla di senso. Un’ora di palestra o una conversazione non convenzionale? Molti 40enni, per nulla in crisi, sceglierebbero la prima. Che non è un male, sia chiaro, ma che forse potrebbe unire bisogni specifici pieni di ragnatele, automatismi non più tali sepolti sotto secoli di cerone sentimentale. Se il cinema, seducente per sua natura, ci aiuta un altro po’, finiremo per ridisegnare una mappa sociale, esistenziale, per sentirci meno soli, provando a dare, ogni giorno, di più. Provando a dare il meglio.

A 40 anni come a 20. Senza ansia di corrispondere al ritratto e alla rappresentazione. Cercando la nostra essenza intima, la posizione nel mondo, o nel quartiere.

 

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